Cannes, con il tempo e con gli incassi tutto diventa arte

Inizia il festival, con pochi americani. Dopo la svolta a destra di Grasset, Vincent Bolloré allunga le mani anche sul cinema francese. Il progetto è chiaro, le vittime saranno i film fuori linea che non troveranno soldi né sale di proiezione 

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12 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 05:37 PM
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Foto LaPresse

Cannes al nastro di partenza. Ieri sera la cerimonia ufficiale, con l’attrice Eye Haïdara originaria del Mali, nata in Francia, rivelata – al cinema, recitava in teatro – dal film di Eric Toledano e Olivier Nakache “C’est la vie - Prendila come viene” (l’ultimo che ricordiamo per la strepitosa bravura di Jean-Pierre Bacri, morto qualche anno dopo).
Dopo la cerimonia, il film francese “La Venus Electrique” diretto da Pierre Salvadori e ambientato nella Parigi del 1928. C’erano i circhi, o luna park se più pomposi, che fornivano a richiesta spettacoli di spiritismo. Il pittore Antoine Balestro dopo la morte della moglie ha perso l’ispirazione: il suo gallerista gli organizza sedute spiritiche, non intende rinunciare alla fonte di reddito (ne scriviamo domani, finisce dopo la chiusura del giornale).
Più tumultuosa, quest’anno, è stata la vigilia del festival. Al grido di “Zapper Bolloré”, inteso come Vincent. Proprietario di Canal+ (che i film li trasmette) e di Studio Canal, che i film li produce ed è il numero 1 in Europa. Ora anche di 55 sale del circuito Ugc – nata come Union Générale Cinématographique: corrisponde al 34 per cento del terzo maggior circuito francese, con l’impegno di arrivare al 100 per cento entro il 2028.
Tutto il cinema francese è in subbuglio. Finiranno alle dipendenze di un reazionario di estrema destra, che neanche fa mistero delle sue intenzioni? Usciranno film tutti uguali, atti soltanto a indottrinare? Chi pagherà gli stipendi, quali pretese avanzerà? Il dilemma è già toccato agli scrittori che pubblicavano con Grasset, casa editrice che fa capo al gruppo editoriale francese Hachette, che dal 2023 è controllato da Vivendi: l’azienda di telecomunicazioni con Vincent Bolloré presidente. A metà del mese scorso, 130 scrittrici e scrittori in scuderia hanno protestato contro il licenziamento di Olivier Nora, amministratore delegato della casa editrice e per molti scrittori un punto di riferimento. I firmatari non consegneranno a Grasset i libri futuri, e intanto cercano di riprendersi i diritti sui libri già pubblicati dalla casa editrice.
Il mese scorso, la solidarietà con gli scrittori “prigionieri” di Grasset non turbò chi invece di libri scriveva sceneggiature, ai registi, a tutta la catena di lavoratori che dipende dal cinema. Bolloré è anche proprietario di giornali e riviste che in tempi diversi hanno subìto una svolta verso destra della linea politica. Neanche il miliardario ne fa mistero: non nasconde il suo reazionario “progetto di civiltà”, orientato alla destra estrema. Il progetto è chiaro, le vittime saranno i film fuori linea che non troveranno soldi né sale di proiezione.
Dal punto di vista di chi ha sempre visto Cannes come il centro mondiale del cinema – un film che qui sfuggiva difficilmente era buono, pur tenendo presente che il divertimento spesso stava altrove – dobbiamo segnalare quest’anno una grave perdita. In concorso, troviamo soltanto due film americani – e dire che per qualche anno la concorrenza con la Mostra di Venezia era su questi titoli. Per quest’anno ci dobbiamo accontentare di Ira Sachs con “The Man I Love”, con Rami Malek e Rebecca Hall. Ambientato negli anni 80 a New York, appartiene in verità al mondo senza frontiere dei gay.
All’ultimo momento si è aggiunto “Paper Tiger” di James Gray, che fin dal primo successo frequenta “Little Odessa”, il quartiere di New York dove si concentrano gli immigrati russi. Qui, due fratelli che inseguono il loro sogno americano rimangono invischiati con la mafia russa che minaccia la loro famiglia.
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