Maborosi - I bagliori dell'anima

La recensione del film di Hirokazu Kore-eda, con Makiko Esumi, Tadanobu Asano

di
16 MAY 26
Un sogno ricorrente: la nonna prepara la sua valigetta e si avvia a piedi sul ponte, vuole andare a morire nel paese dove è nata. La ragazzina Yumiko non riesce a fermarla, i richiami della tradizione sono fortissimi. Da grande ha un marito affettuoso – o almeno così pare: Ikuo, il ragazzo che nel sogno andava in bicicletta. Un giorno esce di casa, poi torna per prendere un ombrello. Le dicono: “Un uomo è stato investito da un treno, non rimane abbastanza per riconoscerlo”. Gli altri due ritardatari ora sono tornati a casa. Yumiko è sconvolta, non c’era stato nessun segno rivelatore. Anzi, avevano appena ridipinto la bici con cui lei correrà in stazione per avere conferma dell’incidente. La vita continua, nella tristezza somma – giapponese, senza lacrime o strepiti, solo una cappa d’angoscia che si aggiunge al paesaggio grigio. Del resto, “Maborosi” – senza le fantasie dei titolatori italici – è la luce fantasma che i pescatori vedono in mare, e li attira verso la morte. Chi sopravvive, è paralizzato di fronte all’inspiegabile. Torna nelle sale il primo film di Hirokazu Kore-Eda, debuttante nel 1995. Già bravissimo, solo un po’ più ostico rispetto al calore drammatico di film più recenti come “Father and Son”, premio della giuria nel 2013. O “Un affare di famiglia”, Palma d’oro nel 2018: l’irresistibile storia di piccoli criminali riuniti per sopravvivere. Arriva a fine giugno anche il bellissimo “Afterlife”, non perdetelo!