Paolo Calabresi e la banda del trucco. Una storia d’amore e di fantasmi

Chi è l’uomo dietro i travestimenti e le imboscate, il suo trionfo e la sua prigione: "La mia interpretazione migliore, di cui ancora oggi vado fiero, è stato quella del Presidente del Cio, in un’intervista a Mediaset, insieme a Massimo Moratti". Intervista

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11 MAY 26
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Foto Ansa

Scende dal palco dopo un incontro di un’ora e mezza con gli studenti di Lettere che l’hanno tempestato di domande – da dove si comincia a fare l’attore? Come hai iniziato? Come capisci che un copione vale? Perché i dialoghi dei film italiani sono brutti? Quando ci infiliamo nel foyer del Teatro della Sapienza per una chiacchierata, Paolo Calabresi non mi sembra stanco, anche se non si è risparmiato. Un paio di studenti gli hanno confessato di non aver mai visto “Boris”. Lui ha tentennato: “Vabbè, allora me ne vado, scusate…”. Tutti a ridere. “Boris” ha già vent’anni. Molti di loro erano appena nati quando è uscito. L’hanno scoperto dopo, coi meme, su YouTube, su TikTok, dove circola il “Biascica Mood Perenne”: frasi, insulti, incazzature, bronci dell’elettricista di set più amato di sempre. Il personaggio che l’ha fatto diventare un’icona pop, più ancora delle “Iene”, dove è stato inviato per qualche stagione.
Oggi Paolo Calabresi ha sessant’anni, quattro figli e centinaia e centinaia di ore di video in cui non è Paolo Calabresi. E’ quest’ultima cosa che ci ha portati qui. Ma per capire da dove viene tutto, bisogna partire da Strehler. L’incontro che gli ha cambiato la vita. Un Brecht visto per caso a Parigi lo strappa a una pigra frequentazione di “Giurisprudenza” a Roma (“quando non sai che fare, ti iscrivi a Scienze Politiche o Giurisprudenza”). Capisce quello che vuole fare nella vita. Mentre Calabresi parla di Strehler si accende qualcosa negli occhi e ancora oggi, messo alle strette, tra i due grandi registi della sua vita – cioè Totti e Strehler – sceglie pur tra atroci sofferenze il secondo. Il nome torna sempre come un punto cardinale nei suoi racconti. Al Piccolo con Strehler impara che recitare non è un talento ma una disciplina fisica, quasi atletica. “Non avrei potuto mai fare ciò che ho fatto al cinema o in tv se non avessi avuto quel tipo di formazione”. Strehler muore nel 1997. Poco prima se ne vanno anche i suoi genitori. A dieci giorni di distanza uno dall’altro. Il triplice lutto lo svuota. Quando arriva Ronconi qualcosa si è rotto. Le cose non girano più. Calabresi è uno spettro che cammina.
Se messo alle strette, tra i due grandi registi della sua vita (cioè tra Totti e Strehler) sceglie, pur tra atroci sofferenze, il secondo
E’ il gennaio del 2000. Mentre sta provando “Il sogno” di Strindberg al Piccolo, pensa soltanto a come trovare un biglietto per vedere Milan-Roma a San Siro, sedicesima di seria A. Arriva l’illuminazione: fingersi Nicholas Cage, sfruttando una vaga somiglianza (“dovevo aggiustare un po’ le sopracciglia”), quindi entrare allo stadio, invitato come superospite hollywoodiano dal Milan. Un’idea magnifica. In quei giorni Cage era in Italia per promuovere “Al di là della vita”, “il più brutto film di Scorsese”. L’impresa pare improbabile ma tutto si incastra alla perfezione, come nei migliori heist-movie. Calabresi chiama il Milan, si finge l’agente che accompagna Cage in Italia. Dice che l’attore vorrebbe “vedere una partita di football”. Manda un fax con un logo posticcio scaricato da Internet, inventando una casa di produzione inesistente (oggi sappiamo che volendo, avrebbe forse pure perso il Tax Credit). Le porte del Milan si aprono. Scortato dai suoi compari del Piccolo nel ruolo di bodyguard e accompagnatori, a bordo della limousine d’ordinanza del teatro, Nicholas Cage entra a San Siro immortalato da stampa e telecamere. Siede accanto a Galliani – che non parla una parola d’inglese e non sospetta nulla. Nicholas Calabresi non può esultare ai gol della Roma, ma incrocia Totti quando scende negli spogliatoi del Milan. Gli ripete un’infinità di volte “you’re number one”, cosa che dai e dai insospettirà un po’ il Pupone (sarà tra i primi a sgamarlo). Il giorno dopo, titoloni sui giornali. Un trionfo. Calabresi ci prende gusto. “La motivazione era molto pratica – trovare un biglietto per vedere la Roma – ma infondo c’era anche altro”, mi dice. “Mi esaltava l’idea beffare il Milan e il mondo Mediaset, che in quel momento erano come dire il vertice del paese. Volevo anche dimostrare che dietro quella sbrillucicanza aziendale, dove tutto sembrava perfetto, c’era pur sempre un po’ di cialtroneria: la segreteria che non si accorge che la casa di produzione non esiste, Galliani che non parla inglese… insomma, era la prova che le persone vedono sempre solo quello che vogliono vedere. Si erano messi in testa che a San Siro sarebbe arrivato Nicholas Cage e così fu”.
È il gennaio del 2000, lui vuole soltanto trovare un biglietto per Milan-Roma a San Siro. Arriva l’illuminazione: fingersi Nicholas Cage
Da lì non si ferma più. Tra il 2000 e il 2008, impersona circa trenta personaggi, veri o di fantasia – non al cinema, non a teatro o in tv, ma in situazioni reali, eventi pubblici. Vere e proprio imboscate en travesti. E’ stato John Turturro ai David di Donatello, Marylin Manson al Gran Galà della pubblicità di Mediaset per presentare lo spot di un ketchup piccante. E’ stato un cardinale al concerto di Gigi D’Alessio, col cantante napoletano che, ignaro, gli chiede di benedire tutto lo stadio, ma anche Mr. Babu, fantomatico esponente del governo del Botswana, membro del board of culture del Sudafrica – “che probabilmente non esiste” – per incontrare Veltroni all’Auditorium, naturalmente con black face, che oggi forse non gli perdonerebbero mai sui social. Si è mosso sempre all’insaputa di tutti, spalleggiato dalla moglie (Fiamma Consorti, oggi anche sua agente) e da una ristretta cerchia di cospiratori che gli facevano da spalla, basisti, informatori. Una banda del trucco. Un modo per elaborare il lutto, uscire da un periodo buio, mettersi in gioco come attore. “La mia interpretazione migliore, di cui ancora oggi vado fiero, è stato quella del Presidente del Cio, in un’intervista a Mediaset, insieme a Massimo Moratti. Rispondevo a domande su argomenti su cui non sapevo assolutamente nulla, sul doping, le Olimpiadi… Quando scoprì che ero un impostore, Moratti si complimentò, ‘mentre la sentivo parlare pensavo…finalmente abbiamo un bel presidente del Cio’. Galliani invece se la legò al dito. Non mi ha mai perdonato”. In quegli anni, Paolo Calabresi si è dedicato con un’abnegazione che lui stesso definisce “patologica”, a un’impresa a metà tra “Scherzi a parte”, l’agit-prop, le mandrakate di Proietti, gli eteronimi di Pessoa, il Teatro Invisibile di Agusto Boal, con gli attori che andavano in giro, coinvolgevano la gente per strada, sugli autobus, al bar, quando ancora non si diceva “flash-mob”.
È John Turturro ai David di Donatello, un cardinale al concerto di Gigi D’Alessio, ma anche Mr. Babu, esponente del governo del Botswana
Le sue imprese sono spesso finite sui giornali, prima perché facevano notizia, poi perché lo beccavano. In pochi però sanno cosa c’era dietro. Dopo un libro, uscito qualche anno fa, ora c’è uno spettacolo all’Ambra Jovinelli, a Roma, in scena in questi giorni. In “Tutti gli uomini che non sono” Paolo Calabresi racconta la sua vicenda sfruttando il materiale di repertorio. “C’era questo tesoro che non avevo mai sfruttato, conservato in un cassetto”, e cioè appunto “i video in cui mi preparavo, mi truccavo, provavo, definivo il piano. Non c’era dietro una produzione, non avevo mezzi, nessuno mi pagava. Dopo un po’ la cosa aveva preso una piega inquietante perché perdevo soldi, toglievo tempo al lavoro, come un giocatore d’azzardo, uno che ha un vizio che lo rovina ma non riesce proprio a smettere”. Qualche anno fa, leggendo il libro, pensavo che sarebbe stato davvero un gran film. Una specie di “Essere John Malkovich” o “Zelig”, ma scritto da Sonego o Age & Scarpelli. “Per ora c’è questo spettacolo”, mi dice, “vedremo se diventerà anche un film”. Magari con Nicholas Cage che fa Paolo Calabresi, perché no.
Le cose naturalmente non sono sempre andate lisce. “Ai David mi beccarono, anche perché ormai si era anche sparsa la voce. Però l’avevo preparata bene. Ce la stavo per fare. Avevo telefonato fingendomi ‘Mr. Chetman’ — agente di John Turturro — spiegando che l’attore era in Italia e che volendo si poteva invitarlo come ospite internazionale della serata. Quell’anno presentava Chiambretti. Mi ritrovo seduto tra Sordi e la Sandrelli. Mi microfonano. Sto per salire sul palco ma si avvicinano due tizi, ‘mi scusi, lei è John Turturro?’ Mi portano via. Arriva Freccero inferocito, all’epoca direttore di RaiDue. Urla come un pazzo, mi dà i calci nel sedere, mi insulta… ‘ma chi sei? Chi seiiiii?’ Mi portano in una stanzetta, dove c’era un’assistente di Ballandi, la società che aveva l’appalto dei David. Per vendere Turturro ero passato da loro. Mi parlavano in inglese, mi insultavano in inglese. C’erano autori, assistenti, gente che lavorava ai David. Poi entra uno spagnolo che diceva di conoscere il vero Turturro”. Un attore italiano che finge di essere americano smascherato da uno spagnolo, in una stanzetta dei David. Alla fine, ho detto solo una cosa: “Io non sarò Turturro. Ma neanche voi siete la notte degli Oscar”. Paolo Calabresi mi fa vedere sul telefono la foto in cui è truccato da Mr. Bubu, del Botswana. Mi dice che andando a incontrare Veltroni, all’Auditorium, si era fermato in una stradina, aveva comprato una statuetta di legno, di quelle che gli africani vendono sui marciapiedi. L’aveva offerta a Veltroni, come simbolo del Botswana, con foto ricordo dell’incontro, accanto a un Veltroni raggiante (era il periodo in cui voleva andare in Africa). Sì, sarebbe un gran film.
Consiglio di rivedervi qualche puntata di “The Italian Job”, vecchio show di La7, scritto e diretto da Calabresi, all’apice del suo periodo trasformista. Era un bel programma, ma durò poco. La cosa nel frattempo era diventata ingestibile. Come certi castelli di bugie che ci sopraffanno. “A un certo punto arriva l’horror vacui: non ero mai presente, giravo con quattro telefoni, c’era una preparazione assurda, perdevo soldi, mi sembra di avere un disturbo della personalità”. Nel 2007 diventa Augusto Biascica in “Boris” e lì si apre un’altra fase. “Boris” è stata l’ultima grande commedia all’italiana che abbiamo avuto: perfida, spietata, disillusa come nei migliori Risi, come nei migliori Monicelli. Un fenomeno di culto che all’epoca andava in onda su Fox, diventato poi un pezzo di antropologia nazionale – non siamo mica in Boris, fare una cosa alla Boris, sembra Boris – una categoria che ormai si applica a tutto. C’è un po’ di “Boris” nella vita di ognuno di noi. Biascica è l’elettricista scorbutico, servo verso l’alto, tiranno verso il basso, romanesco, romanista, perennemente incazzato, uno zuccotto con scritto “asshole” calato in testa. Ma con un fondo di bontà che si intravede dietro i modi rudi – e che non era scritto nella sceneggiatura. “Nel copione di Mattia Torre, Ciarrapico e Vendruscolo era cattivissimo e basta. Poi nel provino ci siamo resi conto che con questo fondo il personaggio era più completo, funzionava meglio, e lo sentivo più vicino”.
Il personaggio di Biascica avrebbe potuto incastrarlo per sempre. Ma non è mai rimasto fermo abbastanza a lungo da diventare una cosa sola
Il provino ha aggiustato il personaggio, come spesso succede con i grandi attori. Biascica è rimasto nell’immaginario collettivo coi suoi tormentoni: li mortanguerieri, gli straordinari di Aprile — grande metafora di ogni recupero crediti — e soprattutto schiavo, termine con cui nel gergo del set si chiama il runner, l’ultimo della piramide, quello che porta i caffè, va a prendere gli attori a casa, non può mai dire di no. Biascica ha ripescato e nobilitato quella parola. “Ormai anche sui set – gli stagisti si presentano dicendo direttamente: ‘vorrei fare lo schiavo’”, dice Calabresi. E in quelle tre parole c’è tutto: l’omaggio a “Boris”, ma anche una dichiarazione di principio, prendetemi, sono pronto a tutto. Portato avanti per quattro stagioni e poi nel film, Biascica è diventato l’idolo di attrezzisti e maestranze – quelli che oggi protestano davanti a Cinecittà o ai David. Un personaggio che avrebbe potuto incastrarlo per sempre nella prigione dei caratteristi di lusso. Non è stato così. Calabresi ha costruito la sua carriera su un principio semplice ma difficile da mettere in pratica: non restare mai fermo abbastanza a lungo da diventare solo quello. Eccolo con Sibilia nella trilogia di “Smetto quando voglio”. Con Vicari in “Diaz”. È Ugo Pecchioli nel “Berlinguer” di Andrea Segre. Lavora con Bellocchio in “Rapito”. Entrare nella commedia, uscirne, tornarci – senza che nessun personaggio, per quanto amato, diventi una gabbia. Ora è al cinema con il film di Giampaolo Morelli, “L’amore sta bene su tutto”. Nello spettacolo invece è in scena con Carolina Di Domenico: lui, lei, il palco e un muro di schermi dove scorrono i video che ha conservato per tutti questi anni. “Lo spettacolo è la cosa a cui tengo di più. Volevo far ridere, rievocare queste trasformazioni assurde, però mi interessava anche raccontare quello che in quel periodo succedeva dentro di me e nella mia famiglia. E’ la storia della mia famiglia, e di mia moglie che assecondava questa follia anche nei momenti in cui ci portava verso il baratro. E’ una storia d’amore”. E come tutte le storie d’amore, è anche una storia di fantasmi.