L'installazione di Shirin Neshat alla Biennale e il coraggio di dire cosa l’arte dovrebbe essere

L'opera dell'artista e regista americana di origini iraniane riesce a farci rivivere il dramma dell’identità e dell’integrazione. Soprattutto negli Stati Uniti dove, nel grande crogiolo sociale, si hanno tutte le opportunità ma spesso si vive una società più disintegrata che integrata

di
12 MAY 26
Immagine di L'installazione di Shirin Neshat alla Biennale e il coraggio di dire cosa l’arte dovrebbe essere

Foto LaPresse

La Biennale sta sprofondando in un caos senza capo né coda nonostante il bellissimo discorso di apertura del presidente Buttafuoco, che però sembra essere inascoltato da tutte le parti in causa, compresi artisti e curatori coinvolti che con le loro sconclusionate proteste e dichiarazioni si stanno comportando come dei pagliacci. Ultima pagliacciata come, per esempio, è stata la decisione di rifiutare, nel caso gli fosse assegnato, il premio del pubblico. Come dire o confermare che il club dell’arte contemporanea è un club esclusivo, una massoneria culturale, giudicabile solo dai propri adepti. Il pubblico somiglia per loro a un branco di bestie incompetenti. E’ allora una fortuna che una delle opere d’arte migliori presenti a Venezia non faccia parte della selezione ufficiale, risparmiandogli così assurde critiche o decisioni banali e ipocrite. L’opera in questione è un’installazione di Shirin Neshat, famosa artista e regista americana di origini iraniane, presentata a Palazzo Marin grazie all’Associazione Genesi e alla Banca Ifis, curata da Ilaria Bernardi e Bartolomeo Pietromarchi. Il titolo, Do U Dare!, è interessante perché è esattamente quello che quasi nessuno, a parte appunto Buttafuoco, sta facendo a Venezia: osare. Osare di dire come stanno le cose oppure osare di dire cosa l’arte dovrebbe veramente essere. Non una parodia di politica estera, sociologia, antropologia, psicanalisi, psichiatria, scienze economiche, guerriglia urbana o educazione fisica, come nel padiglione austriaco ad esempio. Ma quello che si vede nei tre video della Neshat, sono la sintesi di una storia raccontata in modo magico dove tutte le categorie menzionate prima formano il tessuto invisibile del racconto senza obbligare lo spettatore ad avere un paio di lauree universitarie o ad aver letto tutto Giorgio Agamben e un paio di testi di Toni Negri. Nei tre video l’artista racconta la tragica storia di Nasim Najafi Aghdam, una giovane iraniana emigrata, come la stessa artista negli Stati Uniti per sfuggire alla repressione sociale culturale arrivata in Iran con Khomeini. Una delle qualità essenziali di una grande opera d’arte è che l’identità dello spettatore non deve coincidere e nemmeno essere vicina a quella dell’autore. Se l’artista è bravo riuscirà a comunicare le sue specifiche rogne o i suoi privilegi a chiunque. Così fa Neshat. La storia infatti riesce a farci rivivere il dramma dell’identità e dell’integrazione, particolarmente in America dove, nel grande crogiolo sociale, alla fine si hanno tutte le opportunità possibili ma alla fine spesso si rimane olio sull’acqua, sapore di fondo di una società più disintegrata che integrata. Le nostre origini rimangono l’elemento essenziale per poter costruire la nostra identità espressiva in contesti che rimangono alieni. La storia di Nasim Najafi Aghdam, pur con esiti drammaticamente diversi, è lo specchio di quella dell’autrice, che è riuscita ad affermarsi nel mondo dell’arte e del cinema, due Leoni d’oro proprio a Venezia per le arti visive nel 1999, d’argento alla Mostra del cinema del 2009, riuscendo a raccontarsi senza l’obbligo dell’identificazione da parte degli spettatori.
Ha trasformato il particolare in universale. L’etnicità diventa scenografia collettiva, un palcoscenico dove tutti ci sentiamo autorizzati emotivamente a salire. Nasim Najafi Aghdam arrivata in California inizia a creare video che riflettono su temi essenziali dell’essere donna in una società ad alta visibilità. Li posta su YouTube e diventano virali. Improvvisamente però, forse per i contenuti che senza dubbio potevano urtare la sensibilità di spettatori impreparati YouTube gli chiude l’account. Nasim Najafi Aghdam è devastata, rivive la censura del regime iraniano da cui era scappata e si sente soffocata nella sua necessità di esprimersi. Così il 3 aprile del 2018, poco prima di compire trentanove anni, entra nella sede di YouTube a San Bruno in California e con una pistola semi automatica spara a quattro persone, senza ucciderle, per poi spararsi al cuore togliendosi la vita. Shirin Neshat, anziché sfruttare l’aspetto cruento e spettacolare della storia, compone una magica sinfonia con le note dell’angoscia interiore della donna. Ci fa osservare la realtà dei tre luoghi simbolici attraversati dalla protagonista, Brooklyn, Wall Street e la sua abitazione in un non meglio identificato quartiere di New York, attraverso lo sguardo della donna trasformandoli in sogni sul punto di diventare ossessioni. E si potrebbe dire un Taxi Driver dove l’individuo da monade isolata si trasforma in una galassia culturale, religiosa e nazionale. Esattamente quello che a cui stiamo assistendo a Venezia dove l’arte rischia di scomparire. Ma per fortuna osando riappare.