Il debito pubblico cresce ma il 2020 della politica inizia come nulla fosse
I problemi economici, soprattutto quelli strutturali, non spariscono ignorandoli né possono essere risolti per via lessicale
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3 JAN 20
Ultimo aggiornamento: 07:50 PM

foto LaPresse
Roma. Per l’Italia il 2019 si è concluso con un debito pubblico in crescita, arrivato al 135,7 per cento del pil, il livello più elevato della storia repubblicana. In circa un decennio, quello della doppia recessione da cui l’Italia non si è ripresa (il pil non ha ancora raggiunto il livello pre crisi), il debito è salito di oltre 30 punti ed è ben al di sopra della media dei paesi europei e delle economie avanzate. E’ anche oltre gli elevati standard domestici. Per trovare un livello superiore bisogna tornare al Dopoguerra, non il secondo ma il primo, quando dopo l’enorme indebitamento contratto per finanziare la Grande Guerra e il biennio rosso il debito pubblico italiano ha raggiunto il 160 per cento del pil nel 1920. Non è poi un record così distante se si considera che, tenendo conto del deterioramento delle finanze pubbliche anche a causa della dinamica demografica sfavorevole, il debito è destinato a crescere in maniera quasi automatica: secondo le proiezioni a medio termine della Commissione europea il rapporto debito/pil aumenterebbe di almeno 10 punti nel prossimo decennio, mentre secondo quelle del Fondo monetario internazionale in un quindicennio il debito pubblico salirebbe al 160 per cento del pil. Esattamente allo stesso livello record di 100 anni fa.
Di fronte a questo quadro allarmante – di un debito pubblico che continua a crescere, con un’economia stagnante e un avanzo primario che continua a essere peggiorato, salvo indicare per il futuro un miglioramento dovuto a clausole di salvaguardia che verranno puntualmente disattivate, rinunciando così agli obiettivi di stabilizzazione del debito – la politica non sembra in alcun modo interessata ad affrontare il tema. Non c’è alcun partito, né di maggioranza né di opposizione, che ponga come un problema l’aumento del debito e proponga qualche soluzione per ridurlo. Mentre nei decenni scorsi, soprattutto dopo la crisi del 1992, il paese ha cercato di affrontare la montagna, il 2020 inizia con l’indifferenza proprio quando il problema ha raggiunto la sua dimensione record. Questo se va bene. Perché in alcuni casi si arriva a elogiare l’indebitamento, ad esempio con il capo economista della Lega e presidente della Commissione Bilancio Claudio Borghi, che addirittura elogia l’indebitamento: “Il deficit dello stato sono soldi degli italiani nel senso che si aggiungono al risparmio privato”. In maniera orwelliana basta cambiare il nome da “debito pubblico” a “ricchezza privata” e così, anziché ridurlo, ci impegneremo a farlo crescere: ribaltando la Favola delle api di Mandeville, secondo la favola di Borghi i vizi pubblici diventano private virtù.
Purtroppo i problemi economici, soprattutto quelli strutturali, non spariscono ignorandoli né possono essere risolti per via lessicale. Per avere un quadro realistico delle criticità di un debito pubblico elevato come quello italiano, la classe dirigente farebbe bene a dare un’occhiata alla rinata “Rivista di Politica Economica” di Confindustria diretta da Giampaolo Galli che al tema ha dedicato il primo numero con interventi di diversi economisti. Due in particolare sono interessanti. Quello di Andrea Presbitero, che ricorda come un debito pubblico è spesso correlato a una bassa crescita economica, può indurre una contrazione degli investimenti e rende il paese più esposto alle crisi finanziarie (se arrivasse una crisi l’Italia ci entrerebbe senza spazio fiscale e con 30 punti di debito in più rispetto a 10 anni fa). E quello di Ugo Panizza, che ricorda che per risolvere il problema non esistono scorciatoie: le due soluzioni a costo zero – e per questo amate dalla politica – nella sua versione di destra e di sinistra, il taglio delle tasse in deficit e la spesa in deficit (ovvero la curva di Laffer e il moltiplicatore Keynesiano), non hanno mai portato a una riduzione significativa del debito. Uscita dall’euro e monetizzazione meglio di no, come scrive Leonardo Beccehtti, che già si è visto quanto ci costa solo parlarne. Per ridurre il debito pubblico bisogna avere un avanzo primario più elevato e attuare riforme che alzaino il tasso di crescita. Ma per farlo la politica dovrebbe smettere di raccontare favole, o gli elettori dovrebbero smettere di crederci.
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Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali