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Il momento dell’euro. Parlano De Gros (Bocconi) e De Grauwe (LSE)
La moneta unica è forte e popolare come non mai. La quota nelle riserve globali è ferma al 20 per cento dal 2011, ma l'euro ha vinto la sfida che contava: la sopravvivenza. I movimenti anti-euro sono spariti, l'83 per cento dei cittadini dell'Eurozona sostiene la moneta unica e persino Bulgaria e Croazia sono entrate nel club
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6 MAY 26

Le parole della presidente della Bce, Christine Lagarde, nell’ultimo anno sono chiare ed esplicite: “I cambiamenti creano la finestra per il momento dell’euro globale, e questa la nostra migliore opportunità per ottenere più controllo sul nostro stesso destino”. E’ questo allora il momento dell’euro globale? Dipende a chi lo si chiede, oggi come quaranta anni fa.
Quando tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta il comitato Delors, il gruppo di governatori ed esperti che disegnò la strada verso la moneta unica, il ruolo internazionale della nuova valuta era già un punto di frizione. Daniel Gros, oggi direttore dell’Institute for European Policymaking alla Bocconi, contribuì a quei lavori e ricorda al Foglio la spaccatura originaria: “L’internazionalizzazione dell’euro era vagamente un obiettivo, chi era più interessato alla geopolitica voleva avere un euro forte globalmente, mentre chi pensava più agli effetti economici era più scettico sui benefici”.
Per un decennio sembrò che i “geopolitici” potessero aver ragione. La quota dell’euro nelle riserve valutarie globali salì fino a sfiorare il 28 per cento nel 2007, abbastanza da alimentare l’idea che potesse sfidare il dollaro. Poi la crisi dei debiti sovrani del 2011 spazzò via quella traiettoria: la quota crollò intorno al 20 per cento e tale è rimasta al giorno d’oggi. Quel senso di sfiducia diede vita ai movimenti anti-euro. Furono vari i leader che diedero voce ai secessionisti della moneta unica: da Matteo Salvini a Marine Le Pen, passando per l’ex ministro greco dell’Economia anti-trojka Yanis Varoufakis. Tra di loro c’era anche l’attuale presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che almeno fino al 2015 è stata su posizioni decisamente euroscettiche e di Eurexit.
Ma Gros commenta: “Anche i populisti devono avere qualche base e questa base non c’è più. Se dicono ‘Vedete tutti i giorni che l’euro crea problemi?’, gli europei non ne vedono, anzi. L’altro elemento – sottolinea l’economista tedesco – è più psicologico. Con Trump e Putin si capisce facilmente che trovarsi dentro un’unione più grande, anche forte dal punto di vista finanziario, è meglio che avere ognuno la propria monetina nazionale”. Come dimostrato dagli ultimi allargamenti delll’Eurozona: prima la Croazia nel 2023 e poi la Bulgaria nel 2025. Più che Eurexit, Eurentry.
Così l’euro ha superato il suo più grande ostacolo: convincere i mercati che sarebbe rimasto in piedi, nonostante delle ali troppo piccole per quel calabrone che provava, tenaciamente a volare. Oggi l’uscita dall’euro non rientra più nei programmi dei partiti e l’Ue viene percepita sempre più come una protezione in un mondo ostile: secondo gli ultimi dati dell’Eurobarometro, l’83 per cento dei cittadini dei paesi dell’Eurozona è favorevole alla moneta unica, di gran lunga il massimo storico da 21 anni.
Paul De Grauwe, professore alla London School of Economics, spiega al Foglio che il rafforzamento sia economico sia politico dell’euro avvenne grazie a una svolta precisa: “Quando ci fu la crisi c’era una paura esistenziale che il sistema non avrebbe retto e che sarebbe collassato. Ma i responsabili politici e i governatori capirono che la fragilità dell’Eurozona richiedeva che la Bce dovesse fornire liquidità in tempi di crisi e che fosse una sorta di prestatore di ultima istanza nei mercati dei titoli di stato. Prima la Bce non lo avrebbe mai fatto, in un certo senso era impensabile. Ma questo ha creato fiducia nel sistema”. Gros rilegge la crisi dei primi anni dell’euro come una combinazione storica estrema: “Abbiamo iniziato allo stesso tempo con due grandi pressioni: una bolla creditizia globale e un’economia tedesca che si stava ancora riprendendo dallo choc dell’unificazione”. Quella crisi, dice, “era veramente il peggior scenario, ma l’abbiamo superata”.
Così Philip Lane, capo economista della Bce, ha recentemente proposto di espandere i bond comuni come safe asset. Una valuta internazionale richiede fiducia, certo, però richiede anche un’adeguata macchina finanziaria. La sterlina dell’Ottocento poggiava su Londra, sul mercato delle cambiali, sulla Bank of England e sulla potenza commerciale e coloniale britannica. Il dollaro del Novecento e del nuovo secolo poggia sui Treasury, sulla Federal Reserve, sulla profondità di Wall Street, sui circuiti di pagamento, sulle alleanze militari americane. Inseguire il dollaro ha senso? “I benefici economici di avere una valuta mondiale sono stati sovrastimati”, ragiona De Grauwe. “Si continua a dire che gli Stati Uniti finanziano i propri deficit più facilmente degli altri. Oggi gli americani pagano tassi di interesse più alti della maggior parte dei paesi dell'eurozona”. Gros conferma: “Allora dov'è il vantaggio di una moneta più forte globalmente?”. Il momento dell’euro, se esiste, comincia da qui: dalla possibilità di trasformare emissioni comuni ancora limitate in un mercato abbastanza grande da rendere l’euro "non la moneta internazionale, ma una delle monete internazionali. non diventeremo mai una valuta mondiale nel modo in cui lo è stato il dollaro nel dopoguerra” dice De Grauwe. L’economista dell’Lse immagina un euro che "spinge indietro il dollaro dall’Europa e dalle nostre relazioni commerciali. Diventare più sovrani e meno dipendenti dagli Stati Uniti, come sta succedendo nella difesa”. Ma il limite è sempre il riflesso nazionalista dei singoli stati e De Grauwe ne fa l’esepio: “l'Unione europea spende molto più della Russia per la difesa, ma è così inefficiente perché organizzata su base nazionale che non riesce a costruire un esercito comparabile. Con i mercati dei capitali è lo stesso”. Gros aggiunge: “A Bruxelles si parla di mercato unico dei capitali, ma le autorità nazionali difendono le loro piazze finanziarie. L’interesse comune e l’interesse privato sono molto distanti".
Allora, il momento dell’euro dovrebbe essere una scelta di autonomia europea. E quello che ai cittadini serve davvero, in un contesto internazionale di tensioni geopolitiche crescenti, è che nessuno possa spegnere i loro pagamenti dall’esterno. “I sistemi di pagamento mondiali transitano per il sistema bancario americano – avverte De Grauwe – e questo dà a Washington un potere enorme. Dobbiamo creare un sistema di pagamento basato sull’euro”. Gros traduce il concetto nel kill switch: “Quello che si potrebbe fare è chiedere a chi gestisce questi sistemi di dimostrare alle autorità europee che non esiste un kill switch, un interruttore che gli americani possano spegnere. Oggi questa garanzia non c’è ma le stesse imprese avrebbero interesse a fornirla”. Forse per la paura di perdere una quota di mercato.