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Il bivio del Perù: Fujimori contro Sánchez, un ballottaggio sull’economia
Parla Marthans, ex capo della vigilanza bancaria: "Se vince Keiko Fujimori il Perù cresce del 4-5 per cento, se vince Sánchez a malapena dell'1". Ma sulla figlia dell'ex presidente autoritario il dubbio è un altro: "Farà quello che fece suo padre, distruggendo le istituzioni?"
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7 MAY 26

Keiko Fujimori.
Con il 97 per cento delle schede scrutinate per le elezioni presidenziali a circa un mese dal voto e una crisi istituzionale in corso, in Perù si è ormai quasi certi su chi andrà al ballottaggio del 7 giugno con Keiko Fujimori, figlia dell’ex presidente autoritario Alberto, prima con il 17 per cento. L’avversario sarà con tutta probabilità Roberto Sánchez, erede politico dell’ex presidente di estrema sinistra Pedro Castillo, ora in carcere per tentato autogolpe. I sondaggi Ipsos per ora danno un pareggio tra Sánchez e Fujimori, con un quarto degli elettori indeciso.
Juan José Marthans, tra gli economisti più influenti del paese, racconta al Foglio che il Perù va letto partendo da qui: “Il problema non è che i peruviani non sappiano scegliere, ma che siano obbligati a votare con un meccanismo creato per mantenere lo status quo” ragiona l’economista. La sfida Fujimori-Sánchez è infatti la ripetizione del ballottaggio del 2021, quando Keiko perse per un soffio contro Castillo: “La legge elettorale frammenta il voto e aumenta le probabilità dei partiti tradizionali di uscire vivi dalla contesa elettorale” dice. Il risultato è un “Perù duale”, la formula che Marthans ripete più volte: “Buona macroeconomia, pessimo benessere sociale. I poveri in Perù, che sono pari al 26 per cento, circa dieci milioni di cittadini, sentono questo problema: gli si dice che l’economia va bene ma non sentono alcun beneficio” . I buoni fondamentali non si traducono in benessere: “Il Perù raccoglie appena il 18 per cento del pil in gettito fiscale, contro il 30 della media latinoamericana e il 40 dell’area Ocse. Il 70 per cento della massa lavoratrice è associata al settore informale. Tutto quello che abbiamo è una classe politica di bassa qualità”.

Non solo. Il costo dell’instabilità politica si può quantificare, dice Marthans. Con i prezzi dei minerali favorevoli come gli attuali, il Perù dovrebbe crescere intorno al 6 per cento, ma quest’anno il pil aumenterà tra il 2 e il 3 per cento. “Se applichi questa perdita al quinquennio 2022-2026, stai parlando di circa 55 miliardi di dollari persi che derivano dalla nostra cattiva politica, non dall’economia, né da una crisi internazionale e nemmeno da un disastro naturale”.
Ma all’instabilità politica – dieci presidenti in dieci anni – ha fatto da contraltare la stabilità dei fondamentali macroeconomici. E il merito è soprattuto di Julio Velarde, che guida la Banca centrale dal 2006 e che ha saputo ancorare le aspettative inflazionistiche, gestire la dollarizzazione, attenuare la volatilità esterna e accumulare riserve. Ma Velarde è diventato l’obiettivo politico della sinistra radicale di Sánchez. Marthans conosce l’importanza delle istituzioni dall’interno: è stato membro del direttorio della Banca centrale nonché capo sovrintendente dell’authority finanziaria peruviana, la Sbs. Dentro uno stato così fragile, dice, le istituzioni monetarie e bancarie sono una garanzia per i cittadini: “Esiste una buona protezione costituzionale che non permette alla politica di interferire direttamente né nella Superintendencia de Banca, né nel Banco Central. Sono due entità che funzionano bene, ma il resto è determinato dall’influenza politica”. Per questo l’attacco a Velarde è un test sulla continuità del solo pezzo dello stato che i mercati continuano a prendere sul serio: “Se vince Sánchez, Velarde deve restare ancora. Il governatore ha già detto pubblicamente che è disponibile: è una garanzia di indipendenza. E deve restare anche il Superintendente, un altro tecnico indipendente di primo livello. Se il fronte monetario è ben protetto, la possibilità che tutto il sistema si scomponga più di quanto già sia diventa poco probabile”. Il nuovo Congresso bicamerale, peraltro, lo conferma: con il blocco conservatore al 50 per cento al Senato, la supermaggioranza dei due terzi necessaria per rimuovere il governatore o modificare la Costituzione è fuori portata”.
Marthans allarga il discorso alle Americhe: Gustavo Petro in Colombia, Donald Trump negli Stati Uniti. Lì la politica ha riscoperto il fascino antico delle banche centrali come casse da forzare, tassi da comandare, riserve da spendere. “Il comune denominatore è la perdita di 'istituzionalità' e di qualità della governance. Così poi escono proposte populiste: chiedere al Banco Central di ridurre i tassi d’interesse, perdere autonomia nella gestione delle riserve e persino proporre di utilizzarle”.
Il confronto con Buenos Aires è poi inevitabile. In Argentina l'incertezza elettorale del 2025 ha provocato corrida cambiaria e fuga di capitali, in Perù un'instabilità ancora più estrema convive con una moneta che si muove appena. Sul presidente argentino Javier Milei Marthans usa il metro di giudizio dell’esempio peruviano: "Negli anni Novanta il Perù affrontò una crisi molto simile e fece quello che qualunque studente di economia sa, e lo fece tutto insieme: aprì l’economia, non controllò i prezzi, ridusse la presenza dello stato. La società soffrì molto, ma dopo l'aggiustamento venne il beneficio". Per questo il giudizio su Milei è severo: "L'Argentina ha scelto di minimizzare il costo dell'aggiustamento, implementandoli parzialmente, e gli squilibri restano. Quello che avrebbe dovuto applicare era l'alta chirurgia, ma quello che ha fatto finora è stato togliere un dente al paziente".
Su cosa accadrà dopo il 7 giugno, Marthans è netto. “Se vince Fujimori, il Perù può crescere tra il 4 e il 5 per cento. Se vince Sánchez, crescerebbe a malapena dell’1”. Ma su Fujimori, il cui padre governò con pugno di ferro dal 1990 al 2000, condannato per violazioni dei diritti umani, Marthans pone un dubbio: “Farà quello che fece suo padre? Comincerà di nuovo a gestire i media, a comprarli? Nominerà giudici, procuratori e ministri in funzione di un interesse settario e politico? Il giorno in cui un giornalista smetterà di chiedere a un candidato se rispetterà il suo mandato costituzionale, vorrà dire che c’è questa istituzionalità. Oggi quella domanda viene ancora fatta”. Anche su Sánchez, che ha proposto di usare le riserve della Banca centrale per finanziare spesa sociale, è altrettanto duro: “Non ha funzionato in Bolivia, non in Nicaragua, non a Cuba, non in Venezuela. Si dice che le riserve andranno all’educazione, ma la verità è che non arrivano mai”. Poi aggiunge: “Alla sinistra non interessano le riforme perché l’unico modo di arrivare al governo e restarci è promettere alla popolazione qualcosa che non accadrà mai. Alla destra non convengono perché significherebbero promuovere concorrenza nei mercati”. Il miracolo peruviano, visto da Marthans, è questo: tecnici di primo livello in grado di difendere la moneta e il sistema finanziario; e una classe politica in grado sprecare quanto di buono fatto.