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I dazi americani hanno fatto meno male del previsto all’Europa
Le analisi di Bce, Fmi e Cepr mostrano un impatto contenuto sull'economia europea. Ma mentre tutti guardano a Washington e Pechino, l'Ue continua a perdere competitività industriale
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8 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 04:47 PM

La sentenza arrivata ieri dagli Stati Uniti dice che anche i dazi globali al 10 per cento, introdotti dal presidente Donald Trump attraverso la Section 122, sono ingiustificati. L’alt, però, vale solo per due ricorrenti e uno stato, mentre per quasi tutti gli importatori le barriere doganali restano in vigore, almeno momentaneamente. Intanto Trump ha appena dato all’Ue tempo fino al 4 luglio per attuare l’accordo commerciale di Turnberry, minacciando altrimenti dazi “molto più alti” e il ritorno delle barriere sull’automotive dal 15 al 25 per cento.
Per l’Ue, ovviamente, il problema dell’incertezza economica non scompare con un verdetto, ma questa è sicuramente un’altra notizia positiva, che si aggiunge al giudizio di illegittimità della Corte Suprema sui dazi reciproci introdotti l’anno scorso. E lo è soprattutto alla luce delle diverse analisi, condotte da istituzioni internazionali, think tank e centro studi, che stimano che nel complesso l’impatto dei dazi americani sull’economia europea sia stato più contenuto di quanto si temesse più di un anno fa.
Secondo i numeri citati dal Parlamento europeo in un briefing pubblicato a marzo di quest’anno, nelle stime della Banca centrale europea i dazi (e l’incertezza commerciale) sottraggono all’area euro circa 0,7 punti di crescita cumulata nel triennio 2025-2027, mentre il Fondo monetario internazionale quantifica l’impatto in mezzo punto percentuale nel biennio 2026-2027.
Il crollo dell’export europeo verso gli Stati Uniti, almeno negli aggregati su base annua, finora non si è visto: nel 2025 le vendite Ue verso gli Usa sono aumentate del 3,4 per cento toccando i 554 miliardi di euro, anche grazie all’anticipo degli ordini dopo l’annuncio dei dazi e prima della loro introduzione (per il fenomeno chiamato front loading), e soprattutto grazie alla tenuta di farmaceutica, auto e macchinari. La frenata è arrivata dopo, come nel quarto trimestre del 2025 quando l’export verso gli Usa è sceso del 12 per cento rispetto al trimestre precedente e il surplus bilaterale si è ridotto da 81 a 31 miliardi di euro.
Per l’Italia, secondo i dati elaborati da Istat e dal Centro Studi Confindustria, l’export verso gli Stati Uniti ha toccato i 70 miliardi nel 2025, salendo del 7,2 per cento rispetto al 2024. Ma, anche per il nostro paese, la maggior parte di questa crescita tendenziale viene dal farmaceutico italiano (+54 per cento sull’anno, anche grazie alla riorganizzazione geografica delle catene produttive), settore fortemente innovativo, e dagli ordini eccezionali nel settore navale: escludendo entrambe, secondo il Centro Studi, l’export italiano avrebbe registrato un calo del 5,7 per cento nel 2025 proprio per effetto dei dazi.
Il danno è stato in ogni caso meno spettacolare delle attese per il momento, anche perché il costo dei dazi è stato assorbito prevalentemente dagli importatori e i consumatori americani. Ma le prospettive di margini imprenditoriali compressi, così come gli investimenti rinviati, potrebbero portare a un ulteriore rallentamento della crescita economica europea nel prossimo futuro.
In questo contesto, le insidie non vengono esclusivamente da Washington. Gli Stati Uniti hanno imposto alla Cina inizialmente dazi fino al 145 per cento, mentre il Peterson Institute riporta che ora si attestino al 47,5 per cento in media. E il timore era proprio che Pechino riversasse sull’Europa le merci respinte dal mercato americano: nel 2025 l’Ue ha avuto con la Cina un deficit commerciale di 360 miliardi di euro, con export europeo in calo del 6,5 per cento e import cinese in aumento del 6,4. Ma un’analisi del Centre for Economic Policy Research (Cepr) su oltre 3000 categorie merceologiche ha mostrato che la diversione commerciale è stata limitata a pochi prodotti specifici e con effetti macro modesti. Peraltro, questa crescita era iniziata ben prima del secondo mandato di Trump. L’aumento delle importazioni dalla Cina, che solo in Italia sono cresciute del 16,4 per cento nel 2025, sembra così rispondere più a una profonda e strutturale perdita di competitività europea nei confronti di Pechino, che a un’inondazione di merci cinesi respinte dagli Stati Uniti.
E se è vero che i dazi americani e la produzione cinese spaventano, allora è ancora più vero che la vera sfida, l’Ue, la sta perdendo proprio sulla competizione industriale. Esattamente ove non può più permettersi di sbagliare.