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Hormuz e la crisi politica di Starmer scuotono i mercati e colpiscono i titoli britannici
Gli investitori guardano con crescente cautela a Downing Street. Se i rendimenti salgono mentre la crescita rallenta, il debito pubblico britannico diventa più difficile da gestire, soprattutto con la guerra in Iran che alimenta l’inflazione energetica
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14 MAY 26

Keir Starmer (LaPresse)
La crisi politica nel Regno Unito sta cominciando a farsi sentire sui mercati finanziari con un indebolimento della sterlina e l’aumento dei rendimenti dei titoli di stato. “Sebbene siamo molto lontani dal terremoto che portò alle dimissioni del governo di Liz Truss, gli investitori internazionali sono tornati a interrogarsi sulla sostenibilità del debito pubblico – dice al Foglio Andrea Ferrero, economista all’Università di Oxford –. A pesare è la bassa crescita economica, una carenza strutturale del paese che il governo Starmer ha ereditato, ma che non è riuscito finora a correggere”. Insomma, non c’è un vero allarme ma il clima di fiducia dei mercati nei confronti di Dowing Street sta peggiorando. E la scossa arriva dai Gilt, i titoli di stato britannici.
Secondo un report di Goldman Sachs, l’aumento dei rendimenti registrato da fine febbraio a oggi a causa dell’incertezza politica può ridurre il margine fiscale del governo di Sua Maestà di 12 miliardi di sterline (pari allo 0,3 per cento del pil). Alla fine, è anche un po’ un cane che si morde la coda perché è proprio l’intensificarsi delle pressioni su Keir Starmer perché rassegni le dimissioni a spingere gli investitori a chiedere un premio al rischio più elevato sui Gilt considerato che, come spiega Ferrero, le forze che lo sfidano – sia la destra populista di Farage sia l’ala più di sinistra del partito laburista oltre ai Verdi – sono meno “fiscal conservative”. Insomma, è soprattutto il timore che una nuova classe dirigente possa virare verso una maggiore espansione fiscale a spaventare gli investitori, considerato che le prospettive macroeconomiche del Regno Unito si stanno deteriorando a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia provocato dalla guerra in Iran. “Se il costo dei titoli di stato aumenta e la crescita economica diminuisce, il debito pubblico rischia di andare fuori controllo, questo è il ragionamento che fanno gli investitori”, prosegue l’economista. Ma che cosa ha determinato l’indebolimento del quadro economico? “Starmer è stato anche sfortunato. Nel Regno Unito i tassi d’interesse sono vicini al 4 per cento perché il percorso di contenimento dell’inflazione da parte della Bank of England è stato molto più lento rispetto all’area euro. E questo livello del costo del denaro pesa su cittadini e imprese e aggrava le disuguaglianze. E’ un po’ quello che è successo in Italia, con la differenza che nel Regno Unito la politica monetaria ha mantenuto un approccio più restrittivo. Così, i tassi sono ancora abbastanza elevati e non incoraggiano gli investimenti che sarebbero necessari per stimolare sviluppo e occupazione”.
In effetti, la crescita del pil nel Regno Uniti è stata rivista al ribasso dal governo a marzo: dal precedente 1,4 per cento all’1,1 per cento (comunque, è il doppio dell’Italia). E c’è il rischio che il rallentamento si accentui con il perdurare della crisi in Medio Oriente. Quanto hanno pesato sull’indebolimento di Starmer le sue controverse relazioni con Trump? “Direi poco, Starmer ha saputo mantenere una posizione complessivamente neutrale nei confronti della politica estera americana. Credo, invece, che la crisi del suo governo sia più legata a fattori interni. Nonostante sia evidente che l’economia del Regno Unito sia rallentata con la Brexit, Starmer ha evitato, nel timore che la parte meno europeista del suo elettorato potesse contestarglielo, di fare qualsiasi passo di riavvicinamento con Bruxelles. Ma questo non è bastato per frenare l’ascesa del populista Farage, che è uscito trionfante dalle recenti elezioni locali in Gran Bretagna. Il che, se uno ci pensa, è un paradosso perché se il paese è più povero è anche colpa di chi ha fatto della Brexit una bandiera”.
Quando si è insediato, il governo Starmer aveva promesso un grande programma di spesa pubblica nell’edilizia con lo slogan Get Britain Building Again. Cos’è stato fatto? “E’ stata una grande promessa mancata. E questo per carenza di fondi e lo stesso è successo con il progetto dell’alta velocità ferroviaria. Allo stesso tempo, il governo ha aumentato i sussidi pubblici alle classi più bisognose e aumentato le imposte sui redditi più elevati, ma alla fine sembra avere scontentato un po’ tutti favorendo l’ascesa di partiti sia di estrema destra sia di estrema sinistra, il che equivale alla fine del bipolarismo britannico”.
Starmer, insomma, naviga a vista sperando che la guerra in Iran finisca prima possibile. “Se perdurasse, la Bank of England non ci penserebbe due volte ad aumentare ancora i tassi per frenare l’inflazione, e a quel punto la batosta sulla classe lavoratrice sarebbe ancora più pesante. Starmer è forse il leader europeo che ha più interesse che lo Stretto di Hormuz riapra adesso”.