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La visione idilliaca della Spagna si basa anche su artifici statistici. Il caso della disoccupazione
Il boom del mercato del lavoro spagnolo è in parte un’illusione ottica. La Reforma laboral ha prodotto 700.000 “fissi discontinui”, che risultano occupati anche quando non lavorano. Tolto il trucco, il calo è simile all’Italia
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14 MAY 26

Si dice che l’erba del vicino è sempre più verde, ma ultimamente in Italia il giardino della Spagna viene raccontato come una sorta di Eden. E’ indubbio che l’economia spagnola stia crescendo più della media europea, e molto di più di quella italiana. Ma molti fenomeni descritti da lontano sembrano in buona parte il frutto di un’illusione ottica. Un esempio è quello del mercato del lavoro, elogiato in contrapposizione a quello italiano, in un recente articolo di Milena Gabanelli e Francesco Tortora sul Corriere della Sera. La riforma del lavoro del governo Sánchez ha ridotto la disoccupazione di 10 punti percentuali in dieci anni, mentre in Italia è scesa appena di 6 punti e per giunta con lavori di bassa qualità. Ma la realtà è più complessa.
In generale Italia e Spagna, in questi anni, sono state attraversate dallo stesso fenomeno di aumento dell’occupazione (per lo più a tempo indeterminato) e riduzione della disoccupazione, in entrambi i casi prevalentemente in settori a bassa produttività (edilizia, turismo etc.). In questo non c’è molta differenza. Né la differenza l’ha fatta la riforma del mercato del lavoro, se non a livello statistico. Perché, per l’appunto, un pezzo ampio del miglioramento spagnolo è l’effetto di un artificio contabile che fa contare come occupati i disoccupati.
Nel 2022, all’interno del Next Generation Eu, la Spagna ha approvato una Reforma laboral con l’obiettivo di ridurre i contratti precari e a termine che rappresentavano circa il 25 per cento del totale. Molto più che in Italia (all’epoca 16 per cento). Così per togliere di mezzo i contratti a termine la riforma introdusse, o meglio estese, un tipo ossimorico di contratto a termine ma a tempo indeterminato, detto “fisso discontinuo” (fijo discontinuo), pensato soprattutto per il lavoro stagionale molto presente in Spagna in settori come il turismo. In pratica, le persone assunte con questo tipo di contratto mantengono un rapporto di lavoro permanente, ma lavorano (e vengono pagati) solo quando ce n’è bisogno. Lo stesso lavoro stagionale, ma con maggiore stabilità. La differenza con il passato, però, è che mentre prima il lavoratore con contratto a termine era considerato disoccupato quando non lavorava, il lavoratore “fisso discontinuo” è considerato occupato anche quando non lavora e persino mentre percepisce un sussidio di disoccupazione (se ha i requisiti contributivi).
Il cambiamento, quindi, sul piano sostanziale è marginale, ma su quello statistico è notevole. Tanto che nelle statistiche ufficiali di Eurostat, i dati spagnoli su occupazione e disoccupazione presentano una nota per dire che dal 2021 c’è un cambio di definizioni nelle serie. L’incidenza di questo effetto non è trascurabile, dato che secondo varie stime, in alcuni periodi dell’anno il numero di questi lavoratori con contratto “fisso discontinuo” che in realtà sono disoccupati arriva a 7-800 mila unità.
La questione è talmente rilevante, che un importante think tank spagnolo come Fedea ha affiancato alla “disoccupazione registrata” ufficiale un indice di “disoccupazione effettiva” per eliminare la crescente distorsione nella serie storica. E così emerge che da gennaio 2022 a gennaio 2026, la disoccupazione ufficiale è diminuita di circa 700 mila unità, mentre la disoccupazione effettiva di sole 300 mila unità. Pertanto, depurando la serie da questo effetto statistico, la disoccupazione reale in Spagna sarebbe al 13 per cento, circa 3 punti sopra il 10 per cento ufficiale. E la caduta della disoccupazione in dieci anni, dal 20 al 13 per cento, sarebbe di 7 punti. Analoga a quella dell’Italia, passata dal 12 al 5 per cento. Analogamente, il tasso di occupazione che in Spagna dal 2018 è formalmente aumentato di 5,4 punti nel 2025 (dal 67 al 72,4 per cento), se si escludono gli “occupati” che in realtà non lavorano ha seguìto lo stesso andamento dell’Italia dove l’occupazione è aumentata nello stesso periodo di 4,6 punti (dal 63 al 67,6 per cento).
Ogni rosa, anche quella che campeggia nel simbolo del Partito socialista spagnolo, ha le sue spine.
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Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali