Lukashenka, fai sul serio con Putin?
Con l'arresto dei mercenari della Wagner il dittatore bielorusso vuole dimostrare ai suoi cittadini che Minsk non prende ordini dal Cremlino. Però finora è sempre tornato a Mosca
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31 JUL 20

(foto LaPresse)
Roma. In Bielorussia sono stati arrestati trentatré uomini della Wagner, la compagnia privata di mercenari russi presente in molte delle aree di guerra in cui Mosca ha interessi strategici: Ucraina orientale, Siria, Libia. A dare la notizia è stata l’agenzia di sicurezza statale di Minsk, il Kdb, che ha concluso l’operazione in un hotel a Minsk . I servizi hanno detto di essersi insospettiti perché per essere russi e per essere turisti avevano atteggiamenti strani: “Non bevevano”. Gli uomini sono accusati di atti terroristici: volevano, secondo il Kdb, destabilizzare il paese prima delle elezioni presidenziali del 9 agosto. Questa campagna elettorale è piena di sorprese e di difficoltà per il dittatore Aljaksandr Lukashenka, presidente da ventisei anni. In tanti avrebbero voluto candidarsi, due dei maggiori oppositori sono stati arrestati (Babarika e Tikhanovski), all’ex ambasciatore negli Stati Uniti Tsepkala non è stato permesso di presentare la sua candidatura ed è fuggito per non farsi arrestare. Alla fine, la maggior sfidante del presidente è Svetlana Tikhanovskaya, casalinga, ex insegnante, che ha deciso di entrare in politica per portare avanti la campagna elettorale del marito in prigione: il blogger Sergei Tikhanovski, ideatore della protesta delle pantofole – i bielorussi nei mesi scorsi sono scesi in piazza con le pantofole in mano “per schiacciare Lukashenka”.
L’arresto degli uomini della Wagner – il fatto che si tratti di mercenari russi è stato confermato anche da giornalisti d’inchiesta che studiano il gruppo da anni – è stato l’ultima sorpresa, la più grande, in questa campagna elettorale in cui il presidente è contestato per tre motivi: il suo rapporto con la Russia, la crisi economica e la gestione della pandemia. Il Cremlino non ha commentato, ha detto soltanto che i mercenari non esistono, è la versione che ripete da anni.
Lukashenka vuole dimostrare ai suoi cittadini che non è vero che lui prende ordini da Mosca e anzi, la Bielorussia non ha bisogno di rivoluzioni come è successo in Ucraina, è già indipendente e lo rimarrà. Dopo Euromaidan, dopo la Crimea, i bielorussi hanno iniziato a protestare, la Russia così vicina iniziava a far paura. Lukashenka già da alcuni anni aveva cercato di dimostrarsi autonomo da Vladimir Putin, nel 2018 aveva anche detto agli ucraini di riprendersi la Crimea, ma presto era tornato ai soliti rapporti strettissimi con il presidente russo, partite di hockey incluse, e si parlava anche di un piano per fare della Russia e della Bielorussia un’unica entità territoriale. Secondo Tatiana Stanovaya, esperta del Carnegie di Mosca, sul piano stava lavorando anche Yevgeny Prigozhin, conosciuto come il cuoco di Putin ma indicato spesso come il finanziatore delle milizie della Wagner. Arrestare trentatré russi potrebbe essere per Lukashenka una prova di libertà e di forza, oppure una grande operazione di maquillage pre elettorale: alcuni analisti sostengono che Mosca sapesse tutto e volesse aiutare un Lukashenka in difficoltà con i mercenari che negli ultimi mesi hanno usato spesso Minsk come base.
Sono tante le accuse da cui Lukashenka deve difendersi in questa campagna elettorale che sta per chiudersi, anche quella di non aver gestito affatto la pandemia – ha detto di essersi ammalato anche lui – che ha definito una psicosi da curare con vodka e sauna, e le sue conseguenze economiche. La rielezione, secondo i sondaggi, è quasi assicurata, ma rimane da chiarire il rapporto con la Russia. Quando nel 2014 in Ucraina era stato eletto Petro Poroshenko, Lukashenka era andato a Kiev per assistere all’insediamento del presidente europeista ed era seduto in prima fila , vicino a tanti rappresentanti della lotta anti russa. Qualche giorno dopo però era volato a Astana per siglare con Putin l’accordo per l’Unione economica eurasiatica. Sembra sempre che sia a un passo dalla scelta, e se questo arresto fosse vero sarebbe un passo coraggioso. Osserva la Russia e ogni tanto la provoca, ma finora è sempre tornato a Mosca, ingabbiato tra la volontà di dare ai suoi cittadini cenni di indipendenza e la consapevolezza che, senza la garanzia del Cremlino, la Bielorussia dovrebbe spostarsi a ovest, al fianco dell’Ue e dell’atlantismo, dove però, e lui lo sa bene, non c’è posto per i dittatori.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)