Denudare e cancellare Navalny
Amnesty si è fatta intrappolare da Putin, ha tolto all'oppositore lo status di prigioniero di coscienza e ha partecipato al processo di diffamazione voluto dal Cremlino. Adesso è iniziato il viaggio verso il silenzio
di
27 FEB 21
Ultimo aggiornamento: 05:12 AM

Il viaggio di Alexei Navalny verso la cancellazione è incominciato mercoledì, l’oppositore è stato trasferito dalla prigione Matrosskaya Tishina di Mosca verso una località che ancora nessuno conosce. Non i suoi avvocati, non la sua famiglia e sarà comunicata soltanto una volta che l’oppositore arriverà nella destinazione in cui dovrà trascorrere due anni e mezzo. A volte questi viaggi possono durare una settimana, è così che funziona la rotta verso la cancellazione. Ma l’azione di chi spera che Navalny e quel che gli è stato fatto – il tentativo di omicidio, poi l’arresto e il processo pretestuoso – non si limita a questo viaggio. C’è la demonizzazione del personaggio, portata avanti con un’opera di propaganda chirurgica che lascia capire quanto Mosca sappia bene come rimuovere, distorcere la memoria e le storie.
Amnesty si è trovata nel mezzo di una campagna di diffamazione e ha perso di vista l’obiettivo più importante: ora non è il credo politico di Navalny, non sono le sue ambiguità, i suoi discorsi del passato a dover essere sottolineati, ma la violenza che sta subendo da parte dello stato russo. Il Cremlino ha un’impalcatura solida per restare in piedi e la diffamazione dei suoi avversari è una strategia antica. Li mette sotto i riflettori, sviscera i loro peccati, compiuti o presunti – a questo servono i processi – e poi li avvia verso la cancellazione, verso il silenzio. Prima rende impresentabile, poi rimuove. Uno degli esempi più forti di questa pratica forse non è neppure Navalny, che conta di un suo piccolo esercito di sostenitori per smentire la propaganda del Cremlino e tenere in vita il ricordo di quello che è stato fatto al loro leader. L’esempio più eclatante, come scrive la giornalista del New Yorker Masha Gessen, è Yuri Dmitriev, l’uomo che ha cercato di ricostruire la memoria dei gulag di Stalin in Karelia. Ha scavato, trovato corpi, ha catalogato, ha studiato. Ha fatto venire fuori una storia che il Cremlino non è interessato a ricordare. A Dmitriev non è stato semplicemente impedito di continuare le sue ricerche. E’ stato accusato di un reato orribile, è stato spinto sotto i riflettori con l’accusa di aver abusato di sua figlia adottiva. Dopo l’accusa atroce, la condanna a quindici anni di carcere, Dmitriev è scomparso. Con lui le carte dei gulag.
Di più su questi argomenti:
Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)