•
La strategia di Trump non è del caos, ma della massima pressione sul regime iraniano
Dietro le parole del presidente americano c'è qualcosa di estremamente calcolato. "Persino la teatrale minaccia dell’ultimatum di martedì scorso è stata necessaria per portare Teheran al tavolo dei negoziati. Ciò a cui stiamo assistendo è una lezione magistrale di ambiguità strategica”, dice l’avvocato americano-israeliano Marc Zell
di
10 APR 26
Ultimo aggiornamento: 04:18 PM

Il presidente Donald Trump. Foto LaPresse
Tel Aviv. Dopo più di un mese dall’inizio dell’operazione Ruggito del leone degli israeliani e Furia epica degli americani, il rumore proveniente da alcuni commentatori su entrambe le sponde dell’Atlantico farebbe pensare che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump stia perdendo il controllo nel conflitto in corso con la Repubblica Islamica dell’Iran. Ne abbiamo discusso con l’avvocato americano-israeliano Marc Zell – vicepresidente di Republicans Abroad Israel, fondatore dello studio legale Zell, Aron & Co., con sedi negli Stati Uniti, Israele e Giordania – che segue la politica del presidente americano da quasi un decennio: “Ciò a cui stiamo assistendo è una lezione magistrale di ambiguità strategica. Donald Trump sta mantenendo aperte tutte le opzioni ed esercitando pressione su più fronti, facendo sì che la controparte non sappia mai cosa aspettarsi. A un osservatore inesperto può sembrare caos. A chi comprende il modo in cui negozia, è invece chiaro che ci sia dietro qualcosa di estremamente calcolato. Persino la teatrale minaccia dell’ultimatum di martedì scorso è stata necessaria per portare il regime iraniano al tavolo dei negoziati”.
Eppure, negli Stati Uniti, si teme la necessità di un’operazione terrestre, con gli americani comprensibilmente diffidenti, dopo due decenni molto difficili tra Afghanistan e in Iraq. “Lo stesso presidente ha detto fin dall’inizio di non volere un’invasione terrestre su larga scala. Ma questo non significa che non ci siano altre opzioni, a partire dalla leva economica. Migliaia di forze speciali si stanno posizionando con un mandato chiaro e limitato: mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz, controllare le esportazioni petrolifere, neutralizzare obiettivi strategici chiave, tra cui l’isola di Kharg, da cui passano il 90 per cento delle spedizioni energetiche dell’Iran”. Questo, tuttavia, potrebbe avere ripercussioni sulla politica interna. Secondo Zell “salvo Tucker Carlson e altre mine vaganti dell’ala woke del Maga, il sostegno all’interno del partito repubblicano e dell’opinione pubblica americana è cresciuto costantemente, perché una maggioranza sempre più ampia comprende la gravità della minaccia iraniana, sia sul piano della sicurezza che su quello economico”, dice l’avvocato al Foglio.
Rimane la questione di come gestire i rapporti tra Stati Uniti e Israele: “Il coordinamento tra i due paesi durante questa operazione è stato di portata storica: pianificazione congiunta, attacchi sincronizzati, comunicazione coordinata tra Washington e Gerusalemme. Una vera alleanza strategica, all’interno di un più ampio assetto regionale: quello dei paesi del Golfo che, se per anni hanno tentato di mediare tra Stati Uniti e Iran, ora hanno stabilito in modo chiaro chi è il nemico. Questa nuova alleanza è uno dei maggiori risultati ottenuti dall’inizio del conflitto cominciato lo scorso giugno – con la Guerra dei dodici giorni – quando il presidente americano ha mandato il primo messaggio di avvertimento al regime iraniano, per riuscire a portarlo ai negoziati, evitando l’escalation bellica e una potenziale crisi dei mercati che sembra l’unico vero interesse a smuovere le capitali europee. Rimane stupefacente la mancanza di collaborazione da parte dei paesi che, pur facendo formalmente parte della Nato, non si stanno mostrando tali. Il segretario di stato Marco Rubio ha sollevato più volte la delicatezza della questione, specie nei confronti del paese che sostiene oltre il 65 per cento della spesa militare dell’Alleanza atlantica”.
Tuttavia, ad oggi, non si è ancora raggiunto un accordo e gli obiettivi americani sono in pieno contrasto con quelli della Repubblica islamica dell’Iran: “L’obiettivo di Trump non è mai cambiato, dagli anni Ottanta, prima ancora che intraprendesse la carriera politica. L’Iran non potrà mai costituire una minaccia nucleare. Questa linea rossa non è negoziabile e, in questo senso, l’operazione militare israelo-americana potrebbe continuare fino a quando questo sarà garantito. Un altro traguardo cruciale è il cambio di regime a Teheran, che non può essere imposto dall’alto anche se, come si è dimostrato in questi giorni, è un regime tutt’altro che stabile, come quelli che sono già crollati dall’inizio del conflitto scaturito a seguito dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, a partire da quello in Siria di Bashar el Assad. Sappiamo che, sottobanco, le scosse tettoniche nella regione stanno portando a una convergenza di interessi per cui si prevede, in un futuro non troppo lontano, l’adesione anche di Siria e Libano agli Accordi di Abramo. Perché l’obiettivo comune tra tutti gli alleati del Golfo – conclude Marc Zell – è creare le condizioni affinché il popolo iraniano possa prendere in mano il proprio destino, e garantire la pacificazione del medio oriente.