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La Nato come strumento di pressione personale
Il ritiro di cinquemila militari dalla Germania annunciato dal Pentagono, una punizione dopo le dichiarazioni di Merz sull’Iran
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4 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 09:20 AM

Foto Ap, via LaPresse
Il 1° maggio 2026, il Pentagono ha annunciato il ritiro di cinquemila militari dalla Germania, da completare nell’arco dei prossimi sei-dodici mesi. La decisione è stata preceduta di quarantotto ore da un post su Truth Social in cui il presidente Trump dichiarava di stare “studiando e valutando” una possibile riduzione delle forze, e seguita da una dichiarazione di un alto funzionario del Dipartimento della Difesa che definiva la retorica recente di Berlino “inappropriata e controproducente”. Il riferimento era alle parole del cancelliere Friedrich Merz, pronunciate il 27 aprile: l’Iran stava “umiliando” gli Stati Uniti nei negoziati, Washington non sembrava disporre di una strategia di uscita dal conflitto, e Trump era visibilmente privo di un piano. La risposta presidenziale è arrivata con tempistica coerente con la forma mentis transazionale dell’Amministrazione: le critiche di un alleato si pagano in termini di presenza militare.
La decisione porta il contingente americano in Germania da circa 36 mila a poco meno di 31 mila unità, riportando i livelli al 2022, al periodo precedente all’invasione russa dell’Ucraina e al conseguente rafforzamento voluto dall’amministrazione Biden. Cancella inoltre il piano, ereditato dalla presidenza precedente, di dispiegare in Germania un battaglione di artiglieria missilistica. Sean Parnell, portavoce del Pentagono, ha definito la decisione frutto di “una revisione approfondita della postura delle forze in Europa”, formula che funziona da foglia di fico procedurale su quella che le stesse fonti del Dipartimento della Difesa, in forma anonima, hanno descritto al New York Times senza ambiguità: il ritiro è inteso come punizione.
Quello che colpisce non è soltanto il gesto in sé, ma ciò che rivela sul modo in cui questa amministrazione concepisce l’Alleanza Atlantica. Nell’architettura strategica di Trump, la Nato funziona come strumento di influenza bilaterale attivabile o disattivabile in funzione della fedeltà politica dei singoli alleati, non come struttura collettiva di sicurezza con obblighi reciproci e procedure condivise. Berlino ha criticato la gestione americana di una guerra che non ha scelto, una guerra che sta prosciugando le forniture di armi verso l’Europa e comprimendo le scorte di munizioni che dovrebbero scoraggiare Mosca dal procedere oltre il Dnepr, e il prezzo di quella critica è la riduzione della copertura militare americana sul suo territorio. E’ un meccanismo che funziona esattamente come le tariffe commerciali o i dazi sull’acciaio: chi si allinea viene tutelato, chi dissente viene penalizzato, e il confine tra alleanza e transazione diventa difficile da tracciare.
C’è tuttavia un elemento della vicenda che, a mio giudizio, merita più attenzione di quanta ne stia ricevendo nel dibattito corrente: il ritiro punitivo dalla Germania contiene, compressa e non dichiarata, un’ammissione che contraddice il filo più profondo della narrativa trumpiana sulla Russia. La logica della ritorsione funziona solo se la protezione sottratta è percepita come reale da chi la subisce. Se Trump riduce la copertura militare americana in Germania come punizione, sta implicitamente riconoscendo che quella copertura vale qualcosa, che la minaccia contro cui è orientata esiste, e che Berlino la prende sul serio abbastanza da sentirne la mancanza. Chi non crede che la Russia minacci l’Europa non può usare il ritiro delle proprie truppe come punizione: una ritorsione funziona solo se la protezione sottratta vale qualcosa agli occhi di chi la subisce. Il fatto che Trump abbia scelto esattamente questo strumento rivela più di qualsiasi dichiarazione esplicita: sa benissimo che quella protezione vale, e che Berlino lo sa. La contraddizione con la retorica di avvicinamento a Mosca e con i segnali di disimpegno dall’Alleanza è di quelle che raramente vengono nominate con precisione: il presidente degli Stati Uniti sta confermando, per via di esclusione e attraverso i propri comportamenti, che la Russia è una minaccia per l’Europa sufficientemente credibile da trasformare la protezione militare americana in valuta politica.
La questione si complica ulteriormente se si considera il reale valore strategico della Germania come piattaforma militare, valore che le stesse fonti del Pentagono hanno confermato al New York Times. Le basi americane in Germania svolgono una funzione logistica che va molto oltre la deterrenza verso est: Ramstein Air Base è la più grande base aerea americana fuori dal territorio nazionale, Landstuhl Regional Medical Center ha già ricevuto un numero significativo di feriti dell’Operazione Epic Fury, e sia l’Africa Command che l’European Command hanno il proprio quartier generale in territorio tedesco. Basi tedesche hanno funzionato da scali di rifornimento nelle fasi più intense della campagna in Iran. Ridurre quella presenza per ragioni di convenienza politica significa, in prospettiva, indebolire la stessa piattaforma che rende possibili le operazioni che l’Amministrazione rivendica come successi: il costo della ritorsione ricade, in misura non trascurabile, sulle capacità operative di chi la infligge.
C’è poi una terza dimensione, meno frequentata dall’analisi corrente. A marzo 2026, a margine dell’esercitazione Cold Response 26, condotta con oltre 30 mila militari tra Norvegia e Finlandia, il segretario generale della Nato Rutte ha dichiarato che l’Alto Nord sta diventando “sempre più importante per la nostra sicurezza collettiva”. Il maggiore generale Lervik, comandante dell’esercito norvegese, ha precisato che la Russia ha continuato a modernizzare le proprie forze nella regione, introducendo nuovi sistemi subacquei e intensificando l’uso di droni, mentre la Cina si è autodichiarata “Stato prossimo all’Artico” e sta costruendo capacità di proiezione marittima verso nord. La proiezione americana in quel teatro passa per la stessa catena logistica continentale che il ritiro dalla Germania assottiglia: indebolire quel nodo per calcoli di breve periodo riduce le possibilità di intervento in un’area che potrebbe diventare urgente prima di quanto i calendari di Washington sembrano prevedere.
Rimane, in termini analitici, una lettura degli eventi che propongo come inferenza, non come fatto documentato. Il 2 maggio Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti prenderanno il controllo di Cuba “quasi immediatamente”, suggerendo di impiegare la portaerei Uss Abraham Lincoln “al ritorno dall’Iran”. La sequenza, il ritiro dalla Germania e l’annuncio su Cuba nell’arco di quarantotto ore, potrebbe segnalare una riorientazione dell’attenzione presidenziale verso un nuovo obiettivo nel momento in cui il conflitto iraniano è entrato in uno stallo difficile da presentare come vittoria: uno schema ricorrente, coerente con la tendenza di questa Amministrazione a spostare l’asse narrativo quando la situazione sul campo diventa difficile da gestire.
Al quadro si aggiunge ciò che il Financial Times ha riportato il 1° maggio, il fatto cioè che Washington ha avvertito Regno Unito, Polonia, Lituania ed Estonia di attendersi ritardi significativi nelle forniture di Himars (sistema missilistico a lancio multiplo ad alta mobilità) e Nasams (sistema missilistico superficie-aria a media gittata): le scorte sono state parzialmente svuotate dalle operazioni in Iran, alcune munizioni sono state trasferite dall’Indo-Pacifico verso il teatro mediorientale, e le implicazioni per la deterrenza a Taiwan rimangono aperte. Gli alleati europei che dipendono da quei sistemi riceveranno meno materiale, con tempi di consegna dilatati, in una fase in cui la Russia osserva e il fronte ucraino non si è chiuso.
Il War Powers Resolution del 1973 (la legge sui poteri di guerra che impone al presidente di ottenere l’autorizzazione del Congresso entro sessanta giorni dall’avvio delle ostilità) è scaduto il 1° maggio senza che Trump ne chiedesse il rinnovo. Nella lettera alla Camera e al Senato, il presidente ha sostenuto che le ostilità “sono terminate” dal 7 aprile, ignorando che una nave battente bandiera iraniana era stata colpita il 19 aprile e che il blocco navale dello Stretto di Hormuz è tuttora in vigore. Poche ore dopo, in un intervento pubblico, ha dichiarato: “Sapete che siamo in guerra”. Raramente le contraddizioni di questa presidenza sono state così compresse in una sola giornata: la guerra è terminata e siamo in guerra, la Russia non minaccia l’Europa e il suo ritiro militare è una punizione, l’Alleanza è obsoleta e la sua protezione è valuta di scambio.
La traiettoria complessiva suggerisce un’Amministrazione che usa la politica estera come strumento di gestione del consenso interno, con una sistematicità che rende le contraddizioni strutturali e non accidentali. Le architetture di sicurezza non si smontano e rimontano a piacimento: ogni riduzione di presenza lascia una traccia che l’alleato successivo registra e incorpora nelle proprie valutazioni sul valore reale delle garanzie americane. Merz ha detto ad alta voce quello che molte capitali europee pensano in silenzio, e quella franchezza le è costata cinquemila soldati in meno sul territorio. E’ il prezzo della franchezza in un’Alleanza dove il principale garante ha trasformato la sicurezza collettiva in moneta di scambio bilaterale, ammettendo per via di comportamento ciò che non ammetterebbe mai per via di dichiarazione: che la Russia è ancora una minaccia, che la presenza americana in Europa conta, e che entrambe le cose valgono abbastanza da usarle come leva.