In Mali si pensa a un'alleanza tra laici e jihadisti contro la giunta

Jnim e Tuareg potrebbero finire in una grande coalizione con marxisti e moderati pur di far fuori i golpisti filorussi. Ma normalizzare al Qaida comporta rischi enormi

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7 MAY 26
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Il presidente del Mali Assimi Goita

Laici, cristiani, autonomisti e jihadisti, tutti uniti contro la giunta militare in Mali. La prospettiva non è fantascientifica e la creazione di un’alleanza nazionale disomogenea ma che metta insieme tutti gli oppositori dei golpisti filorussi è auspicata da chiunque nel paese abbia vissuto sulla propria pelle la repressione del presidente Assimi Goïta. L’offensiva lanciata lo scorso 25 aprile dagli autonomisti Tuareg e da Jnim, il gruppo legato ad al Qaida, ha costretto la giunta militare sostenuta dai mercenari russi a ripiegare verso il centro del Mali, perdendo quasi tutto il nord. L’attacco ha costretto gli Africa Corps ad abbandonare Kidal e Tessalit per rifugiarsi ad Anéfif. Ad aggravare il fallimento russo c’è che per evitare altre perdite i mercenari hanno dovuto negoziare un accordo con gli islamisti, che li hanno scortati oltre la linea del fronte, che oggi è all’altezza di Gao, mentre anche la capitale, Bamako, è accerchiata da Tuareg e qaidisti, che chiudono le vie di accesso.
Il cerchio attorno ai golpisti si va stringendo perché, sostenuti dai russi, da quando hanno preso il potere nel 2021 hanno represso ogni forma di dissenso senza riuscire ad arginare i gruppi islamisti. Gruppi che ora, forti delle loro conquiste militari sul terreno, vogliono imporre nuove regole e cacciare i generali. Per farlo, si studiano alchimie politiche senza precedenti. Étienne Fakaba Sissoko, portavoce della Coalizione delle forze per la Repubblica (Cfr), che riunisce l’opposizione maliana – compresa quella costretta all’esilio – ha detto che si tratta solamente di “dovere affrontare la realtà”. E la realtà è che per esautorare un potere che si è autoimposto con il benestare di Mosca non resta che aprire l’alleanza anche agli islamisti, inclusi i qaidisti di Jnim. Un patto fra laici e jihadisti per togliere potere alla giunta militare sarebbe un unicum. Intervistato martedì da France 24, Sissoko ha spiegato che per rendere questo dialogo possibile si sta negoziando sull’accettazione della sharia, già vigente in diverse aree del paese sin dai tempi del mandato francese. “E io, che sono cristiano cattolico, non posso certo essere tacciato di volerla, la sharia”, ha spiegato, ma appunto è il realismo che deve prevalere, secondo il portavoce. “Con Jnim l’obiettivo è quello di replicare il modello già in atto in molte regioni. A Gao, Timbuctù e Kidal, i qadi (cioè i giudici islamici) svolgono un ruolo importante in tutte le questioni giudiziarie, in tutti i casi civili. Invece di lasciare che tutto ciò avvenga in uno stato di caos generale, dobbiamo sancirlo in una Costituzione che ci permetta di risolvere, una volta per tutte, le questioni relative alle rivendicazioni territoriali e al ruolo delle figure religiose nel sistema di governo nazionale”. La stessa logica del compromesso, ha detto Sissoko, dovrà essere applicata ai Tuareg, per concedere loro la tanto agognata autonomia nel nord del paese con una modifica costituzionale.
Il piano dell’opposizione però resta un progetto politico rischioso, soprattutto per l’idea di inquadrare sotto un profilo costituzionale forze come Jnim, che hanno giurato fedeltà ad al Qaida. E resta da vedere come possa reggersi questa precaria convivenza, che metterebbe insieme un panorama quantomai variegato che spazia da esponenti marxisti a imam come Mahmoud Dicko. D’altra parte, le scelte fatte in questi anni dagli stessi golpisti e dai russi hanno portato a isolare sempre di più i militari al potere. Dopo avere tradito l’Accordo di Algeri del 2015, che aveva posto fine al conflitto tra Bamako e i Tuareg del nord, organizzati nel Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad, i generali hanno finito per spingere gli autonomisti ad allearsi con Jnim lo scorso anno. Allo stesso modo oggi, gli arresti di oppositori laici, come l’ex premier Choguel Kokalla Maïga, o le accuse a oppositori di ispirazione marxista come Oumar Mariko di avere ordito l’attacco di questi giorni contro Bamako hanno avuto come unico risultato quello di rendere possibile ciò che fino a ieri sembrava impensabile: un patto politico con al Qaida. Una normalizzazione del jihadismo che Sissoko ha tentato di ridimensionare, rassicurando che l’accordo sarà studiato con attenzione per evitare che finisca con l’alimentare il conflitto in corso, anziché arginarlo. “Tutto deve avvenire in un quadro in cui sia salvaguardato lo spirito della Repubblica, in cui rinasca la democrazia, in cui sia preservata l’integrità territoriale. Queste sono linee rosse per noi”.