Guerra, inflazione e repressione interna. Il costo della resistenza di Teheran sulla popolazione

Gli iraniani sono sfiniti dall'aumento del costo della vita, perdita del lavoro e assenza di internet. Nonostante la tregua dalle bombe americane, il regime di terrore delle milizie Basiji non si è mai interrotto, persino il ritmo delle impiccagioni è aumentato

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9 MAY 26
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Quando alla fine dello scorso anno gli iraniani avevano chiuso le serrande del bazar di Teheran ed erano scesi per le strade per protestare contro l’aumento dei prezzi e il crollo del rial, ancora non immaginavano la repressione spietata, gli attacchi israelo-americani contro il paese, l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei, la chiusura più lunga di internet da parte del regime e la crisi nello Stretto di Hormuz. Se nei primi giorni di guerra la popolazione aveva manifestato speranza nella caduta della Repubblica islamica, a distanza di più di due mesi, oltre l’apparente normalità, la crisi economica e il clima di terrore hanno lasciato spazio soltanto alla rabbia e alla stanchezza.  
Se nelle prime settimane dall’operazione Furia Epica molti iraniani avevano pensato a fare scorte di cibo, l’incertezza e l’aumento dei prezzi hanno portato i cittadini a comprare singoli pasti giorno per giorno, come se non avessero più contezza di cosa possa accadere il giorno successivo. I generi di prima necessità come carne e uova sono sempre più inaccessibili – e per tentare di accaparrarseli è necessario sottoporsi a file fuori dai negozi per lunghe ore – i prezzi di qualsiasi bene sono aumentati del 70 per cento, interi reparti ospedalieri, bancomat e distributori di benzina hanno chiuso. Già prima della guerra, il Centro di ricerca del Parlamento islamico stimava che circa 26 milioni di iraniani, il 30 per cento della popolazione, vivevano in condizioni di povertà assoluta. La maggior parte degli iraniani si trova in difficoltà finanziarie, alcune persone hanno raccontato a Iran International di essersi ridotte a vendere beni per la casa, attrezzi da lavoro e oggetti personali per coprire le spese alimentari e di prima necessità. La situazione non è destinata a migliorare. Il blocco americano nello Stretto di Hormuz avrà effetti anche sul prezzo delle importazioni di Teheran, che importa circa un milione di tonnellate di riso ogni anno, principalmente da India e Pakistan. Le rotte alternative per trasportare le merci via camion da Pakistan, Turchia e Russia attraverso il Mar Caspio sono molto più costose del trasporto marittimo e non faranno altro che aumentare i prezzi per la popolazione.
Al peso della guerra e all’aumento del costo della vita si è aggiunta la perdita del lavoro: molte aziende hanno iniziato ad annunciare licenziamenti, mentre altre hanno smesso di pagare i dipendenti chiedendo loro di rimanere a casa a tempo indeterminato. Questa settimana 320.000 iraniani hanno presentato domanda di lavoro tramite JobVision, la più grande piattaforma online per la ricerca di impiego del paese, e il livello di disoccupazione giovanile ha raggiunto un numero record: il 70 per cento dei giovani tra i 18 e i 35 anni è disoccupato. Molti iraniani, soprattutto i più giovani, sono scappati da Teheran, diventata ormai troppo costosa, altri arrivano fino al confine soltanto per connettersi a internet, inaccessibile dall’inizio della guerra, ma anche per percorrere lunghe distanze la benzina scarseggia. L’accesso alla rete internet è diventato un mercato nero, i prezzi delle Vpn per eludere la censura sono raddoppiati e il regime di controllo e terrore ha portato i cittadini ad avere paura persino dei propri telefoni cellulari.
Nonostante l’annuncio del cessate il fuoco e la tregua dalle bombe, la guerra interna della Repubblica islamica contro la popolazione non si è mai fermata. Le milizie Basiji hanno creato dei checkpoint per intimidire e arrestare chiunque si mostri ostile al regime e il governo di Teheran ha persino aumentato le impiccagioni di persone accusate di aver partecipato alle proteste o di aver collaborato con forze straniere.
Dal 18 marzo scorso, secondo i media statali, almeno 28 iraniani sarebbero stati giustiziati, metà di loro soltanto nelle ultime due settimane, il che significa che dall’annuncio della tregua il ritmo delle impiccagioni è aumentato. Di questi 28, 11 sono stati giustiziati senza essere stati accusati di omicidio o di aver partecipato a scontri con le forze dell’ordine. Le accuse a loro carico erano principalmente di avere con sé grossi coltelli a scopo intimidatorio, di aver assaltato stazioni di polizia per impossessarsi di armi o di aver appiccato incendi a proprietà statali. Una donna che lavora un mercato di Teheran ha detto a Najmeh Bozorgmehr del Financial Times che “ogni giorno si sveglia e sente parlare di un’altra impiccagione”, non sopporta più il livello di stress che le mettono tutte in fila: la guerra, le difficoltà economiche e le impiccagioni.