Putin non parla affatto di pace vicina: parla (sempre) di guerra lunga

“Penso che la questione stia andando verso una conclusione”, ha detto il presidente russo. Ma non si riferiva alla fine della guerra come compromesso negoziale, quanto al fatto che il progetto occidentale contro Mosca stia fallendo. E ha lasciato intendere che un’ulteriore espansione militare rientri nella strategia del Cremlino

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12 MAY 26
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Foto LaPresse

Dopo la conferenza stampa di Vladimir Putin in seguito alle celebrazioni del 9 maggio, una parte dell'informazione occidentale ha reagito con una sorprendente euforia. Alcuni commentatori hanno interpretato le parole del presidente russo come il segnale che la guerra in Ucraina starebbe finalmente entrando nella sua fase conclusiva e che Mosca sarebbe pronta ad aprire negoziati seri. E’ un errore di lettura profondo. E vale la pena smontarlo pezzo per pezzo. Basta leggere integralmente il transcript della conferenza per capire che Putin non ha pronunciato un discorso di pace. Ha pronunciato un discorso di guerra, un discorso nel quale non solo riafferma integralmente le ragioni dell’invasione, ma lascia intendere che la Russia sia pronta a proseguire il conflitto fino al raggiungimento dei propri obiettivi strategici.
L’equivoco nasce da una frase precisa: “Penso che la questione stia andando verso una conclusione”. Isolata dal contesto, sembra un’apertura. Inserita nel resto della conferenza, assume un significato completamente diverso. Putin non sta parlando della fine della guerra come compromesso negoziale. Sta parlando della convinzione russa che il progetto occidentale contro Mosca stia fallendo. Uno dei passaggi più importanti dell’intera conferenza arriva all’inizio, quando Putin spiega perché durante la parata del 9 maggio non sia stata mostrata tutta la tradizionale esposizione militare: “Le Forze armate devono concentrare la loro attenzione sulla distruzione finale del nemico nell’ambito dell’operazione militare speciale”. Questa frase, da sola, basta a demolire la narrazione occidentale della “pace vicina”. Putin non parla di cessate il fuoco, compromessi o de-escalation. Usa invece l’espressione “distruzione” o “sconfitta finale” del nemico, una formulazione estremamente dura nel lessico politico russo. Il tono dell’intera conferenza resta coerente con questa impostazione: non è il linguaggio di un leader che sta preparando l’opinione pubblica alla pace, ma il linguaggio della coercizione militare e della deterrenza escalationista.
Il nucleo ideologico della conferenza emerge però in un altro passaggio fondamentale: “Gli occidentali stanno combattendo contro di noi usando gli ucraini”. Questa frase mostra che Putin continua a interpretare la guerra non come un conflitto limitato con Kyiv, ma come uno scontro geopolitico diretto tra Russia e occidente. L’Ucraina, nella narrativa del Cremlino, resta soltanto il teatro operativo di una guerra più ampia. Ed è proprio questa visione a rendere implausibile qualsiasi ipotesi di pace reale nel breve periodo. Putin continua a sostenere che Mosca sia stata provocata e a presentare il conflitto come inevitabile. E’ la ripetizione integrale della retorica usata dal Cremlino dal 2022, anzi dal 2014: l’occidente avrebbe ignorato gli interessi russi, spinto l’Ucraina verso l’Unione europea e quindi provocato inevitabilmente la guerra. In altre parole, Putin non mostra alcun ripensamento strategico. La giustificazione ideologica dell’invasione resta completamente intatta.
Ed è qui che il famoso passaggio sulla “fine vicina” assume un significato opposto rispetto a quello attribuitogli in occidente. Quando Putin dice: “Penso che la questione stia andando verso una conclusione”, non sta parlando di un compromesso negoziale. Sta dicendo che, secondo lui, il piano occidentale di sconfiggere la Russia è fallito. Il contesto immediatamente precedente è chiarissimo: Putin sostiene che l’occidente si aspettava il collasso russo, che le sanzioni avrebbero dovuto distruggere l’economia, che l’Europa è ormai intrappolata nella propria strategia (e qui aggiunge che nell’occidente ci sono politici ragionevoli che capiscono la situazione e che lui spera prendano il potere nei paesi europei) e che Mosca ha resistito. La “conclusione” di cui parla è dunque il progressivo esaurimento della capacità occidentale di cambiare il corso della guerra. Non è una proposta di pace. E’ una dichiarazione di resistenza strategica.
Anche il modo in cui Putin affronta il tema dei negoziati conferma questa impostazione. Parlando di un possibile incontro con Volodymyr Zelensky, afferma quanto ha sempre detto: “Deve essere il punto finale, non i negoziati stessi”. E aggiunge: “Si può parlare per ore, all’infinito – inutilmente”. Qui emerge con chiarezza la concezione russa del processo diplomatico: i negoziati non servono a costruire un compromesso, ma soltanto a formalizzare decisioni già prese. Putin insiste sul fatto che prima debbano lavorare gli “specialisti”, che tutto debba essere concordato in anticipo e che soltanto alla fine si possa organizzare un incontro per firmare. Non c’è alcuna apertura a un vero processo politico reciproco.
Il passaggio forse più inquietante arriva quando una giornalista chiede se la “zona di sicurezza” russa debba essere estesa fino ai confini occidentali dell’Ucraina. Putin risponde: “Ecco, ha già risposto lei alla domanda”. E’ una risposta volutamente ambigua, ma estremamente significativa. Lascia intendere che un’ulteriore espansione militare rientri pienamente nell’orizzonte strategico del Cremlino. Questo è probabilmente il passaggio che più di ogni altro rende assurda la narrazione occidentale della “pace imminente”. Per tutta la conferenza, Putin parla come un leader convinto di avere il tempo dalla propria parte. A un certo punto sintetizza tutto in una frase: “Più forte sarà la Russia, più rapidamente tutto questo finirà”. Non è il linguaggio di un leader esausto o pronto al compromesso. E’ il linguaggio di un leader convinto di poter ancora migliorare la propria posizione strategica attraverso la prosecuzione del conflitto. E dunque la conferenza stampa racconta una realtà molto diversa da quello interpretato dai media occidentali: non la preparazione della pace, bensì la preparazione di una guerra lunga.