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Gli Emirati fanno da soli contro Teheran
Iraniani e americani possono tollerare le lungaggini del cessate il fuoco, i paesi del Golfo no. Reazioni, l'attacco e le paure
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13 MAY 26

La guerra contro la Repubblica islamica dell’Iran era stata concepita come un conflitto veloce, rapido quanto necessario a costringere il regime a cedere sui punti ritenuti essenziali dall’Amministrazione americana per un accordo sul progetto nucleare di Teheran. Sono stati raggiunti alcuni obiettivi militari, ma l’accordo non è vicino e il conflitto veloce si è trasformato in un cessate il fuoco cristallizzato in cui Stati Uniti e regime iraniano sembrano guardarsi negli occhi e aspettare che sia l’altro a sbattere per primo le palpebre, a fare il primo errore. Per la Repubblica islamica il cessate il fuoco immobile non è una condizione sgradita. Il regime ribadisce i suoi punti, che sono quattordici in tutto, ben sapendo quanto siano inaccettabili per gli Stati Uniti.
L’Amministrazione americana non ha un problema di tenuta con il cessate il fuoco, resiste alla tensione, ma ha bisogno di stabilire il punto finale della guerra, di mostrare all’opinione pubblica americana che dall’Iran l’esercito ha portato risultati concreti e necessari. Chi davvero rischia di rimanere schiacciato da un cessate il fuoco troppo lungo sono i paesi del Golfo, che all’inizio non conoscevano i piani di guerra degli Stati Uniti e di Israele, ma da quando è iniziata non hanno lesinato il loro sostegno a Washington, soprattutto dopo essere stati colpiti duramente dai missili e dai droni di Teheran. Ora che tutto è congelato, anche il sostegno dei paesi del Golfo per l’alleato americano si è fatto freddo e nella regione prevale la sensazione che Trump voglia una via di uscita dal conflitto rapida, non necessariamente efficace. Il settimanale Economist ha fatto i calcoli di quanto le monarchie del Golfo hanno perso finora a causa della guerra e soprattutto a causa del blocco dello Stretto di Hormuz. Il settore più colpito è quello del petrolio e del gas, che rappresenta circa un quarto del pil e la maggiore entrata: “Le esportazioni di petrolio in Arabia Saudita sono diminuite di circa un terzo, negli Emirati Arabi Uniti della metà, mentre Bahrein, Kuwait e Qatar non hanno esportato quasi nulla”. L’amministratore delegato di Saudi Aramco, il colosso petrolifero di Riad, ha detto al settimanale britannico che “se gli scambi e le esportazioni rimarranno limitati per più di qualche settimana, prevediamo che l’interruzione delle forniture persisterà e il mercato si stabilizzerà soltanto nel 2027”. Se il blocco nello Stretto si protrarrà oltre la fine dell’estate, per il Golfo il rischio di problemi economici a lungo termine è molto alto.
Ognuna fra le monarchie però ha scelto il suo approccio. Tutte ora nutrono sfiducia nei confronti di Trump, ma si dividono quando si tratta di scegliere come risolvere il problema. Riad non vuole tornare in guerra in questo momento, non è stata incisiva nel rispondere agli attacchi di Teheran, ha preferito fossero americani e israeliani ad agire, ma adesso crede ancora che il cessate il fuoco possa favorire un accordo. Gli Emirati invece vedono il cessate il fuoco come un momento di immobilismo e non bocciano il ritorno alla guerra, nonostante siano stati i più colpiti da Teheran e potrebbero esserlo anche in futuro. Infatti non sono rimasti immobili, hanno intrapreso diverse mosse sanzionatorie e diplomatiche e, secondo un’esclusiva del Wall Street Journal, hanno anche condotto attacchi militari contro l’Iran. Abu Dhabi non è stata a guardare, ha agito e non poteva fare altrimenti, dopo essere diventata il principale obiettivo di Teheran. Gli attacchi emiratini non sono stati riconosciuti pubblicamente, ma hanno coinvolto una raffineria sull’isola iraniana di Lavan all’inizio di aprile, negli stessi giorni in cui Trump annunciava il cessate il fuoco. La guerra ha trasformato gli Emirati, che hanno anche deciso di ritirarsi dall’Opec e hanno superato il tabù di un’azione militare contro la Repubblica islamica dell’Iran. Il cambiamento in medio oriente è più veloce di quello che Trump e anche l’Iran potessero immaginare.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)