Fino a qualche tempo fa Arcadia, nella contea di Los Angeles, era famosa per l’alta concentrazione di pavoni selvatici e per essere la “Beverly Hills cinese”, con una storica comunità asiatica molto ricca e molto influente. Da ieri è nota anche per essere la città dove per la prima volta una sindaca si dimette dopo essere stata incriminata con l’accusa di aver agito come agente illegale per conto della leadership cinese. Eileen Wang, 58 anni, era la sindaca di Arcadia da febbraio scorso, e ha ammesso di aver lavorato per promuovere politiche filocinesi a livello locale. Alla vigilia del vertice fra il presidente americano Donald Trump e il leader cinese Xi Jinping, la penetrazione delle operazioni di influenza politica cinesi tornano nel dibattito pubblico.
Le indagini su Wang vanno avanti da tempo (è stata iscritta al Partito repubblicano, poi nel 2022 era passata ai democratici), e nello specifico non si tratta di un caso di spionaggio propriamente detto: l’ex sindaca è accusata di aver agito come foreign agent non registrato per conto del governo cinese, cioè di fare propaganda e attività di influenza politica seguendo indicazioni di Pechino senza dichiararlo alle autorità americane. Il risultato però è comunque allarmante per le autorità federali: anche negli Stati Uniti il livello di penetrazione locale di individui legati all’intelligence del Partito comunista cinese riflette un gigantesco investimento da parte di Pechino alla mobilitazione dal basso, tentacolare. Non si tratta di un episodio marginale e localizzato, perché da anni la Cina investe nelle attività del cosiddetto Fronte unito, l’apparato incaricato di coltivare influenza all’estero attraverso associazioni, media, imprenditori e comunità della diaspora cinese, che all’occorrenza possono eseguire missioni da “operativi” oppure fornire informazioni utili. E’ un terreno grigio di influenza politica e culturale, che rappresenta alla perfezione le falle del sistema d’informazione occidentale – anche americano – quando si parla di Cina.
Domani Trump partirà per una delle missioni all’estero più delicate degli ultimi anni. Lo farà perlopiù improvvisando, secondo le ricostruzioni di molti media americani, dopo aver marginalizzato gli analisti e i consiglieri specializzati nei rapporti con la Repubblica popolare. Ad accompagnarlo, oltre a ceo e manager delle principali aziende americane interessate ai rapporti con Pechino, ci saranno il segretario alla Difesa Pete Hegseth, che ha incontrato il suo omologo cinese Dong Jun e ci ha parlato al telefono, e secondo il quale “il rapporto tra Stati Uniti e Cina non è mai stato migliore”, e il segretario di stato Marco Rubio, al quale Pechino ha dovuto cancellare le sanzioni che gli aveva imposto nel 2020 per farlo atterrare nella capitale cinese.
Il capo della Difesa cinese Dong Jun è un sopravvissuto: è succeduto ai due precedenti ministri della Difesa, Li Shangfu e Wei Fenghe, entrambi epurati e condannati a morte all’inizio della settimana (con sospensione della pena per due anni). Delle purghe di Xi Jinping dentro l’apparato militare si discute da tempo, ma capire davvero cosa stia accadendo ai vertici del Partito comunista resta estremamente difficile anche per gli Stati Uniti. Pechino ha investito enormemente negli apparati di sicurezza e controspionaggio interni, mentre Washington continua ad avere una debolezza cronica nella raccolta di intelligence umana dentro la Repubblica popolare. Una fragilità aggravata di recente dai tagli dell’Amministrazione Trump: quando era stato nominato a capo della Cia, John Ratcliffe sembrava destinato a spingere per operazioni di spionaggio più aggressive contro Pechino, ma secondo diverse fonti le assunzioni di analisti e operativi specializzati sono bloccate, e le operazioni innovative sono rimaste limitate ai video di reclutamento di fonti dirette fra le potenziali vittime delle epurazioni di Xi. Intanto il ministero della Sicurezza di stato cinese, quello che gestisce anche la zona grigia di informatori e diaspora, continua ad aumentare il suo budget e nessuno sa nemmeno di preciso quanti dipendenti abbia, centomila, seicentomila.
L’Amministrazione Trump va a Pechino a occhi chiusi, cioè senza le informazioni cruciali – che Pechino ha degli Stati Uniti – e che potrebbero essere fondamentali in un negoziato. A Taipei la preoccupazione principale è che il presidente baratti un aiuto alla conclusione della guerra in Iran con un ammorbidimento sulla linea di difesa di Taiwan da parte dell’America (significa: meno armi a Taiwan). Ma si tratta di un esercizio di vaticinio, di “leggere le foglie di tè”, come ha scritto l’ex vicesegretario di stato Kurt M. Campbell. Intanto la Cina recluta sindaci, e arriva al Congresso: sabato il New York Times ha raccontato un tentativo di possibile reclutamento da parte dell’intelligence cinese ai danni di una collaboratrice della House Select Committee on the Chinese Communist Party, la commissione della Camera che si occupa delle minacce poste dal Partito comunista cinese. Un caso molto concreto su come Pechino cerca di infiltrarsi nei circuiti politici (e non solo americani), non necessariamente rubando segreti militari, ma costruendo relazioni con funzionari e dipendenti con l’obiettivo di capire in anticipo le mosse americane, preparare contromisure diplomatiche e influenzare il dibattito politico.