Il generale McMaster ci spiega che cosa può sbloccare lo stallo a Hormuz

"La prima fase consisterebbe nel colpire qualsiasi capacità bellica nota che possa influenzare lo Stretto in senso lato. La fase successiva riguarderebbe gli sforzi per bonificare le rotte e garantire che non vi siano mine. La terza infine sarebbe un’operazione di scorta", dice l'ex consigliere per la Sicurezza nazionale di Trump

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14 MAY 26
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Foto Ansa

Washington. Il cessate il fuoco tra America e Iran si è cristallizzato, non si fanno passi avanti, tutto resta fermo, e il regime iraniano è ancora in piedi. Gli obiettivi dell’Amministrazione Trump restano quelli originari, dice al Foglio Herbert Raymond McMaster, generale dell’esercito americano in congedo che è stato consigliere per la Sicurezza nazionale nel primo mandato di Donald Trump, dal febbraio del 2017 all’aprile del 2018 e oggi è senior fellow presso la Hoover Institution dell’Università di Stanford: “Bisogna fare in modo che l’Iran non possa proiettare il proprio potere oltre i suoi confini come è stato in grado di fare, attaccando quattordici diversi paesi della regione e mettendo a rischio l’economia globale. Non può esserci una pace duratura nella regione finché non avviene un cambiamento fondamentale nella natura del regime”. Il cessate il fuoco è entrato in vigore il mese scorso, ma lo Stretto di Hormuz è diventato da allora il punto di pressione decisivo del conflitto, i prezzi del petrolio sono schizzati oltre i 104 dollari al barile, i prezzi della benzina negli Stati Uniti sono aumentati del cinquanta per cento e i negoziati rimangono congelati. Continuano a pesare sul processo le domande sulle opzioni a disposizione degli Stati Uniti al di sotto della soglia di un’operazione di terra – una prospettiva su cui la Casa Bianca e gran parte dell’opinione pubblica americana rimangono diffidenti.
“Le opzioni – dice McMaster – sono certamente la prosecuzione della campagna militare per ridurre ulteriormente la capacità iraniana di impiegare missili e droni, e di ricostituire tali capacità. Ma poi anche attacchi alla leadership, che potrebbero frammentare ulteriormente il regime, creare le condizioni per un qualche cambiamento nella sua natura e proteggere il popolo iraniano dalla violenza e dagli omicidi di massa che il regime ha compiuto. E poi c’è l’opzione di riaprire con la forza lo Stretto di Hormuz: era un’operazione militare che stavamo per condurre quando è cominciato il cessate il fuoco”. McMaster ci presenta le fasi di questa opzione: “La prima fase consisterebbe nel colpire qualsiasi capacità bellica nota, qualsiasi sistema d’arma, imbarcazione, missile o drone che potesse influenzare lo Stretto in senso lato. La fase successiva, che ritengo sia di fatto già in corso, riguarderebbe gli sforzi per bonificare le rotte e garantire che non vi siano mine nello Stretto o altrove nel Golfo. La terza fase sarebbe invece un’operazione di scorta, in cui si avrebbe essenzialmente una pattuglia aerea da combattimento sopra le navi in transito, con cacciatorpediniere a guida missilistica e altri vascelli da guerra che le seguirebbero per fornire la capacità di difesa aerea necessaria ad abbattere missili e droni”.
L’opzione delle forze di terra è considerata da molti una soglia che l’Amministrazione Trump non vuole varcare, dati i costi politici e pratici del dispiegamento di truppe americane sul suolo iraniano, anche in misura limitata. McMaster la vede diversamente: “Potrei immaginare l’impiego di forze di terra per un obiettivo limitato: ottenere il controllo di posizioni chiave. Questo consentirebbe una capacità permanente di proteggere lo Stretto da missili e altre minacce”. La lettura prevalente a Washington è che Trump cerchi una via d’uscita, una percezione che Teheran non ha interesse a scoraggiare, mentre non muove le sue posizioni sul negoziato. Ma il regime ha un apparato militare logorato da mesi di attacchi sostenuti, fratture interne, un’economia strozzata dalle conseguenze del blocco americano dello Stretto e una popolazione già da anni insofferente. La domanda, dunque, è: il regime iraniano può sopravvivere a questo scontro? “E’ impossibile – dice McMaster – Non credo che il regime iraniano riuscirà a riprendersi”.
Qualunque cosa riservi il futuro, la guerra in Iran ha già aperto un solco tra Washington e l’Europa. Per McMaster la decisione trumpiana di ritirare le truppe dalla Germania “non è una buona idea. E’ stato l’impegno americano per la difesa continentale dell’Europa ad aver contribuito a prevenire conflitti tra grandi potenze per oltre ottant’anni. Non vogliamo un ritorno alle condizioni che hanno portato alle due guerre più distruttive della storia nel Ventesimo secolo. E’ importante ricordare, dal punto di vista degli americani, che l’Europa rappresenta circa il diciassette per cento del pil mondiale e il 50 per cento della spesa sociale globale. Gli americani hanno di fatto sovvenzionato la spesa sociale europea coprendone le spese di difesa. E’ così che gli americani la vedono, e quindi percepiscono il diniego dei diritti di sorvolo o dell’uso delle basi come una mancanza di reciprocità o di riconoscenza”.
Pur attribuendo la responsabilità alle capitali europee, McMaster riconosce che l’Amministrazione Trump avrebbe potuto gestire l’intervento con maggiore accortezza diplomatica: “In questo caso la responsabilità ricade sugli europei. Donald Trump avrebbe potuto fare un lavoro migliore sul piano diplomatico. Ma negare i diritti di sorvolo e dire ‘questa non è la nostra guerra’ rivela una scarsa comprensione di ciò che è in gioco. Stiamo combattendo una dittatura teocratica che ha compiuto oltre centoventi attentati in Europa. In sostanza, rappresenta una minaccia anche per l’Europa”. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, tra gli altri, si è trovata sotto pressione sia sul fronte interno sia da parte della Casa Bianca a causa della campagna militare. Ma McMaster dice che tutto passerà: “Tutti si arrabbiano con il presidente Trump, e nella maggior parte dei casi lui non porta rancore. Credo che il rapporto degli Stati Uniti con l’Italia e con l’Europa sia destinato a migliorare. Ci sono stati momenti molto difficili, tra insulti verso i paesi europei, i dazi e così via. Ma credo che abbiamo toccato il fondo, perché c’è la consapevolezza che per affrontare le principali minacce con cui ci confrontiamo dobbiamo lavorare insieme, che si tratti della libertà di navigazione dello Stretto di Hormuz o della gestione di problemi come l’aggressione economica cinese. Gli interessi americani e italiani sono perfettamente allineati sul piano della sicurezza internazionale, della sicurezza energetica, della necessità di rivitalizzare la nostra base industriale e di rendere le nostre catene di approvvigionamento più resilienti. Ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento è un’agenda positiva e chiara per promuovere la sicurezza e la prosperità del popolo italiano e di quello americano”.