Il ministro inglese Streeting si dimette ma non lancia la sfida al premier Starmer. Tutti più deboli

Quello tentato contro il primo ministro è stato un golpe malfatto perché lascia il governo mezzo sfiduciato da dentro, ma soprattutto perché il Regno Unito sta attraversando un momento particolarmente complicato con il nazionalismo di Farage all’arrembaggio

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14 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 06:59 PM
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Foto LaPresse

Il ministro della Salute britannico, Wes Streeting, si è dimesso dicendo che anche il premier, Keir Starmer, dovrebbe andarsene, ma non ha lanciato nessuna contesa diretta, non ora almeno, e non da solo. La pressione su Starmer resta, a discapito dell’efficacia di un governo che vorrebbe gettarsi alle spalle la sconfitta alle amministrative di una settimana fa ed è invece costretto, dal suo stesso partito, il Labour, a una perenne fragilità.
Streeting lavorava a questo momento da molto tempo, i suoi tentativi passati erano stati disinnescati da operazioni orchestrate, non senza sbavature, da Downing Street, proprio come è avvenuto con la possibile candidatura del sindaco di Manchester, Andy Burnham, che avrebbe voluto candidarsi a un’elezione suppletiva per entrare ai Comuni (prerequisito per la corsa alla leadership di un partito) ma gli è stata finora negata la possibilità. Come è evidente Starmer è sotto assedio da parecchio tempo, ma la sconfitta elettorale ha fatto da ennesimo detonatore, e per Streeting si è presentata un’occasione che molti dei suoi hanno definito imperdibile. O adesso o mai più, scrivevano voraci i commentatori nei giorni scorsi, mentre l’ex ministro lasciava intendere di voler tentare l’affondo ma di fatto non lo faceva. In realtà non lo ha fatto nemmeno oggi: si è dimesso, sì, dicendo di non aver più fiducia nella leadership di Starmer e quindi di non poter più lavorare nel suo governo (sarebbe “disonorevole e senza princìpi”, ha scritto nella lettera al premier), e ha anche detto che il governo ha “un vuoto” al posto di una visione, “una deriva” al posto di una direzione, e che il cambiamento è necessario, ma non si è candidato a portare lui queste “idee forti” necessarie né ha indicato qualcuno che possa farlo: questo sarà l’esito di un confronto che non deve ridursi a nomi e fazioni. Quindi Streeting dà un altro colpo a Starmer – i colpi sono arrivati soltanto dal Labour: l’opposizione dei Tory e di Reform Uk ha avuto in regalo il lusso di potersi godere lo spettacolo senza fare nulla – ma non lo sfida direttamente né fissa una tempistica a questa possibile transizione.
Gli antagonisti del premier – che sono più degli 81 richiesti per lanciare la contesa ma sono meno dei circa cento che continuano a sostenere Starmer – sono per lo più rimasti delusi, di certo quelli che hanno sostenuto Streeting. Si intravede però l’apertura di un’altra strategia, che potrebbe essere quella di un ticket con lo stesso Burnahm, che ha esplicitato la sua strategia chiedendo al Labour di potersi candidarsi per il seggio di Makerfield, dove si terrà una suppletiva: il suo piano è tornare ai Comuni e poi sfidare Starmer. Ci sono però anche altri che vogliono entrare in queste trame, e aleggiano, a partire dal ministro Ed Miliband che era già stato leader del Labour, aveva perso nel 2015 e ora cerca una rivincita volteggiando sopra Starmer: Miliband era stato il primo, la sera del 7 maggio quando i risultati iniziavano ad arrivare ed erano pessimi, a telefonare al premier e a dirgli che doveva pensare di farsi da parte, con ordine, ma velocemente.
Nei giorni successivi Miliband è stato più cauto, ma molti commentatori dicono che un po’ della regia di questo golpe malfatto è anche sua. E’ malfatto perché al momento Starmer resta – lui ha sempre detto che avrebbe tirato dritto: si era preparato a questa sconfitta elettorale, forse aveva calcolato male il cannibalismo dentro al partito, ha detto di essere “molto dispiaciuto” per la dipartita di Streeting che, dice avrà un ruolo nel futuro del Labour – e nessuno di quelli che chiedono la sua dipartita ha presentato un piano alternativo. E’ malfatto perché lascia il governo mezzo sfiduciato da dentro, che è una condanna a vivacchiare quando tutti chiedono invece un rilancio e nuove idee. E’ malfatto perché i rivoltosi dicono di non voler paralizzare il governo e di non fermarsi a nomi e fazioni e invece stanno proprio creando le condizioni per una debolezza permanente. E’ infine malfatto perché se, come ha detto lo stesso Streeting, il Regno Unito attraversa un momento complicato con il nazionalismo di Farage all’arrembaggio, non sembra una buona idea farsi male da soli, togliendo al leader di Reform Uk anche il disturbo di dover essere credibile.