Il cerimoniale è il primo indicatore della temperatura delle relazioni, soprattutto quando si tratta della Repubblica popolare cinese, e ieri
l’accoglienza riservata al presidente americano Donald Trump a Pechino era proporzionata e quindi tutt’altro che fredda: tappeto rosso, picchetto militare e bambini festanti con bandiere cinesi e americane, posizionate anche sulla strada che dall’aeroporto ha portato la gigantesca delegazione americana al Four Seasons, a cinquecento metri dall’ambasciata americana a Pechino. Ma soprattutto
ad accogliere Trump in aeroporto c’era il vicepresidente Han Zheng, il più alto in grado del Politburo, uno dei pochi sopravvissuti della “cricca di Shanghai” di Jiang Zemin poi passati nella cerchia di Xi, che aveva partecipato anche all’inaugurazione di Trump lo scorso anno. Trump potrà dire che all’aeroporto di Hangzhou, dieci anni fa, Barack Obama venne fatto scendere dai cinesi dalla scaletta posteriore dell’Air Force One, senza tappeto rosso né uscita presidenziale.
Il presidente americano ama l’adulazione, la sontuosità, e Pechino lo ha accolto a suo modo dandogli quello che vuole. Ma oggi e domani trascorrerà molto tempo con il leader cinese Xi Jinping, e la distanza fra i due – su priorità, dialettica e obiettivi – rischia di essere il fattore determinante di un vertice senza grandi risultati concreti sul piano bilaterale, ma positivo perché esteticamente vantaggioso per entrambi i leader. C’è un punto centrale nel dibattito fra le relazioni tra Stati Uniti e Repubblica popolare che sta emergendo sempre di più in questi giorni, e che dovrebbe conoscere bene anche Donald Trump, visto che ha accusato spesso Pechino di aver tradito gli accordi presi per la famosa “fase uno” dell’accordo commerciale del 2020: i cinesi mentono. E lo fanno sistematicamente, anche senza volerlo.
L’altro ieri Decker Eveleth, uno dei più autorevoli analisti internazionali di armi nucleari e deterrenza, ha scritto un articolo per raccontare quello che considera uno dei più grandi fallimenti analitici del decennio, oltre a non aver previsto l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin: “Non aver previsto o compreso la portata dell’espansione nucleare cinese, rivelata pienamente solo nell’estate del 2021”. Cinque anni fa fu proprio Eveleth a individuare i 119 silos per missili balistici nucleari in costruzione nel deserto attorno a Yumen, in Cina, che portarono all’improvviso Pechino a una posizione di deterrenza missilistica-nucleare quasi pari a quella degli Stati Uniti. Eveleth racconta che quando iniziò a investigare su un possibile ampliamento dell’arsenale missilistico cinese – che allora secondo accademici e giornalisti era improbabile, perché si pensava che la Cina fosse soddisfatta del suo modello di “deterrenza minima” – trovò tre siti plausibili con silos in costruzione, ma alcuni account pro Cina, poi ripresi da tv e giornalisti cinesi e internazionali, lo presero in giro, accusandolo di aver scambiato delle semplici turbine eoliche per silos per missili nucleari. Il problema, dice Eveleth, è che “molti osservatori della Cina passano un sacco di tempo a parlare con persone che sono completamente ignare riguardo alla direzione del pensiero nucleare a Pechino”.
E’ un problema che non riguarda soltanto il nucleare, ma tutte le decisioni politiche cinesi. “Il problema centrale non è necessariamente l’intenzionalità: spesso, a vari livelli dell’amministrazione cinese, alcune informazioni semplicemente non circolano”, spiega al Foglio Peter Mattis, presidente della Jamestown Foundation. “In molti casi non è chiaro chi sappia cosa, e questo vale anche per settori sensibili come il sistema militare o le operazioni esterne dell’Esercito popolare di liberazione”. Anche un eventuale dialogo diretto fra Stati Uniti e Cina sull’intelligenza artificiale, o una linea diretta per le crisi, ha diversi limiti – Rush Doshi, che era al Consiglio di sicurezza nazionale di Biden, ha detto ieri che i cinesi non hanno mai risposto al famoso “telefono rosso” quando serviva – perché quasi sempre Pechino manda persone non competenti, per lo più di facciata. “Quando si parla di strategic stability dialogues, per esempio su nucleare o intelligenza artificiale, si entra in ambiti estremamente tecnici”, dice Mattis. “Sono questioni di policy così specialistiche che spesso non esiste una visione completa neppure tra i funzionari coinvolti. Questo rende difficile per gli Stati Uniti, ma anche per la controparte cinese, mantenere una conversazione strategica realmente coerente e informata. Un problema analogo emerge nei rapporti militari, dove la comunicazione resta limitata e frammentata”. Così Pechino continua a comunicare solo ciò che vuole far sapere, soprattutto in termini di deterrenza, ma il dialogo reale resta ristretto e controllato.
Mattis non vede grandi occasioni dal vertice fra Trump e Xi, soprattutto perché “non esistono offerte cinesi sufficientemente strutturate o mature per un’intesa su Taiwan o su dossier simili”. Forse il linguaggio “potrebbe cambiare un po’”, anche perché a Trump potrebbe non interessare, “e se crede che per i cinesi è importante potrebbe farlo”, ma il punto di fondo “è che la Repubblica popolare cinese mantiene lo stesso assetto strategico: una postura di confronto sistemico con gli Stati Uniti, rapporti di sostegno con Russia e Iran, e una difficoltà strutturale a ‘prendere posizione’ secondo le aspettative occidentali”, dice Mattis.