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Per Putin Trump non è più una risorsa da usare contro Kyiv
Il capo del Cremlino si prepara ad andare in Cina, dopo la visita del presidente americano. Va per curare i suoi affari economici e finanziare la guerra
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14 MAY 26

Con voce sicura, nella fretta di salire sull’Air Force One, Donald Trump ha risposto alle domande di alcuni giornalisti prima di partire per la sua visita di stato in Cina. Ha detto di essere pronto ad andare anche in Russia e non ha escluso che un viaggio verso Mosca potrebbe davvero avvenire, soprattutto se necessario a mettere fine alla guerra in Ucraina. Trump ha già incontrato Vladimir Putin lo scorso anno, il vertice che si tenne in Alaska il 15 agosto non ebbe alcun risultato e la guerra è andata avanti mentre i negoziati sono rimasti immobili, frustrati dalle pretese del Cremlino, che continua a volere la cessione dell’intera regione del Donbas, anche del territorio che non è riuscito a conquistare. L’aggressione in Ucraina entrerà forse in qualche parentesi delle conversazioni a Pechino fra Trump e Xi Jinping, anche perché il prossimo leader che presto verrà accolto dal leader cinese sarà proprio Vladimir Putin.
La concomitanza delle due visite – quella russa potrebbe avvenire anche nel giro di poche settimane – ha di nuovo accelerato le speranze per una possibile mediazione sull’Ucraina e su un misterioso coinvolgimento di Xi per portare Putin a fermare il conflitto. Le speranze sono state puntualmente smentite dai fatti e dalle dichiarazioni in arrivo da Mosca e anche da Kyiv.
Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, trascorre periodi in silenzio, sparendo dalle scene, e periodi in cui rilascia fiumi di dichiarazioni. Ieri era a Nuova Delhi e ha parlato con Rt India anche per commentare le relazioni fra la Russia e gli Stati Uniti. Ha detto che tra le due nazioni non sta succedendo nulla, che il Cremlino apprezza l’iniziativa di Trump di riaprire il dialogo, ma nei fatti “non è cambiato proprio niente”, anzi le sanzioni sono ancora in piedi e la cooperazione in settori come la tecnologia non è mai partita. Per Mosca non ha senso aprire a un dialogo costruttivo mediato dagli Stati Uniti e infatti Washington non ha ottenuto nessun compromesso né progresso da parte della Russia. Il Financial Times ha raccolto le voci di alcuni funzionari russi che incontrano Putin abitualmente e sanno cosa ne pensa della guerra in Ucraina. Il capo del Cremlino sarebbe concentrato sulla conquista di ulteriore territorio ucraino per ampliare le sue pretese una volta che l’esercito avrà terminato l’occupazione delle due regioni che compongono l’area del Donbas, Donetsk e Luhansk. Per Putin l’occupazione del Donbas è un punto fermo, l’eventuale altro territorio conquistato in oblast come Dnipropetrovsk, Sumy o Kharkiv serve a fare pressioni su altre questioni nell’ambito dei negoziati. Mosca vuole il ritiro degli ucraini, se non avviene è pronta ad andare avanti con le armi, sicuramente per tutto l’anno. Gli ucraini capiscono bene la mentalità di Putin, non si illudono e continuano a organizzarsi per la difesa del paese. Hanno imparato anche a fare a meno degli americani, a tenere Trump agganciato senza però dover cedere alle sue pressioni e questo porta i russi ad avere uno svantaggio sul tavolo negoziale. Il presidente americano era visto come una risorsa da usare nei colloqui per portare gli ucraini a cedere, ora questa risorsa non esiste più, Kyiv negozia senza essere spinta, consapevole del fatto che nessuno può costringerla ad accettare un accordo svantaggioso. La Russia ha raffreddato quindi la sua spinta nel cantare le virtù dell’amicizia con gli Stati Uniti, è utile ma serve meno rispetto a qualche mese fa, mentre Putin confida ancora di poter proseguire con la sua campagna militare nonostante il peso economico.
Putin andrà in Cina non per prendere appunti sulla visita del suo omologo americano, ma per curare il suo rapporto con Xi Jinping, per spingere le relazioni economiche e sapendo che Pechino non intende interferire con l’Ucraina. La guerra non sta finendo e la Cina non medierà.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)