•
Un film campione d’incassi svela la crisi del matrimonio in Cina
I divorzi crescono, e per molte ragazze cinesi la felicità non coincide più col matrimonio. Nonostante gli sforzi del regime
di
16 MAY 26

(Foto Ansa)
In Cina circola un dramedy di Lina Yang che è campione d’incassi. Parla di una ragazza che non vuole avere figli e di una madre con un matrimonio ormai su un binario morto, mettendo due generazioni a confronto. Il riadattamento del titolo in inglese è “It’s ok!” e ad attirare su questo film la curiosità dell’Economist non è stato solo il suo grande successo, legato anche al fatto che sfiora temi tabù nella società cinese come il piacere sessuale femminile e lo stupro coniugale, ma è stato anche un significativo, piccolo difetto. Una non corrispondenza tra labiale e sonoro che copre un taglio della censura. La frase incriminata che lei dice al marito è questa: “Sessualmente ed emotivamente, non mi hai mai fatta sentire bene. Voglio il divorzio”.
Che cosa c’è di così pericoloso in una affermazione come questa detta e ridetta migliaia di volte, inscenando crisi matrimoniali, dai tempi “Casa di bambola” di Ibsen? C’è che negli ultimi vent’anni in Cina i divorzi sono più che raddoppiati mentre è crollato il numero delle nozze: nel 2025 ci sono stati 47 divorzi ogni 3 matrimoni e, proiettando sul futuro le medie più recenti, si calcola che 57 matrimoni su cento siano a rischio di sfaldarsi. Una piccola bomba a orologeria sotto il fragile castello dell’equilibrio demografico che – come in tutto il mondo sviluppato – vede diminuire il numero delle nascite e salire le aspettative di vita della popolazione anziana. Sui media statali infatti va forte “la nuova cultura del matrimonio e della procreazione”.
In dieci anni il numero dei nati è sceso a 1,1 per ogni donna e, per mantenere stabile l’attuale popolazione di un miliardo e quattrocentomila cinesi, dovrebbe risalire di un punto. Almeno due figli per ogni potenziale madre, come in India che l’anno scorso ha superato la Cina diventando il paese più popoloso del mondo. Altrimenti la diminuzione del numero di cinesi in età lavorativa – secondo gli analisti di BMI, una delle società di Fitch – trascinerà con sé una perdita di pil pari all’1 per cento annuo. L’Accademia cinese delle scienze sociali vede già, con 300 milioni di lavoratori in meno nei prossimi dieci anni, un rapido esaurimento del fondo pensioni. Insomma la crescita esponenziale dei divorzi e l’instabilità delle coppie è una variabile non secondaria nello scenario della denatalità. Dunque zac: via tutto quello che può suonare come propaganda a favore del divorzio. Come se la ricetta per salvare i matrimoni di oggi potesse essere come quella di ieri: nascondere quello che non va e sviluppare l’arte di farselo piacere lo stesso, come facevano le nonne.
di
Non è la prima volta che il successo di un film segnala tumultuosi cambiamenti culturali e di costume nella società cinese. Nel 2025 è accaduto con “Her story” di Shao Yihui, una commedia sofisticata ambientata nel quartiere hipster di Shanghai, che ha incassato 640 milioni di yuan e dribblato la censura probabilmente grazie al registro comico, farsesco. La stampa internazionale ha frequentemente accostato il film a “Barbie”: “Her story” racconta la vita di una madre single che è stata una promettente giornalista ma ha ripiegato su un part-time in un’agenzia di comunicazione per potersi occupare della figlia. Nel vecchio palazzo dove va a vivere con la con la sua bambina abita anche una musicista scombinata e ribelle. Tra le ragazze si stabilisce un rapporto di amicizia e reciproco supporto e il terzetto si trova al centro di una commedia che si prende gioco dei pregiudizi sociali, mette a nudo le difficoltà che si incontrano per rendersi indipendenti, mostra molestie sul lavoro e discriminazioni. E’ la Cina globalizzata e moderna che sfida quella statica e tradizionale. Dopo un enorme successo in patria, “Her story” ha vinto lo scorso anno il Gelso d’oro al Far East Film Festival qui da noi, a Udine.
Quanto alle spine del matrimonio, negli ultimi anni sono stati approntati vari rimedi per favorire le nozze, arginare i divorzi e promuovere le nascite. Nel 2025, anno del più alto picco di divorzi consensuali, è stata liberalizzata la registrazione dei matrimoni in qualunque parte della Cina, mentre prima era possibile farlo solo nei luoghi di residenza, semplificando così le procedure per sposarsi di milioni di cinesi che lavorano a molti chilometri di distanza dalle loro città. Questo può aver contribuito a una crescita delle nozze dell’11 per cento nell’ultimo anno. Mentre per il sostegno alla natalità sono stati introdotti bonus annuali non tassabili fino al terzo anno di età del bambino. Si parla mediamente di tremilaseicento yuan e la cifra, considerata insufficiente, è stata al centro di accese discussioni sui social. Ma ci sono province come lo Shanxi con tetti più alti: duemila yuan per il primo figlio, cinquemila per il secondo, ottomila per il terzo. E basta spulciare con un po’ di tenacia i blog di informazione femminista fuori dalla Cina per sapere che, nello stesso anno, il 63 per cento delle donne in cerca di lavoro dichiarava di aver dovuto rispondere, al momento del reclutamento, a domande su progetti di matrimonio e di figli. Anche in Cina, come da noi, è vietato fare indagini che servono a scartare chi prevede di stare a casa per maternità, ma si fa lo stesso ignorando l’incubo demografico.
Viceversa, sono state introdotte norme restrittive sul divorzio (un periodo di ripensamento). Ma il vero deterrente pare siano le divisioni patrimoniali penalizzanti in caso di disaccordo. Non si riconosce il valore del lavoro domestico e non c’è patrimonio di coppia da dividere se non come somma dei beni di ciascuno: così la proprietà della casa, per esempio, torna frequentemente al marito perché tradizionalmente è la famiglia di lui a provvedere all’abitazione degli sposi. Questo rende molto più complicato il distacco dal tetto coniugale. Perché sì, sono le mogli nel 70 per cento dei casi a chiedere il divorzio per via giudiziale. Ma per ottenerlo non basta dire che l’amore reciproco è finito, bisogna dimostrarlo. E i tribunali non accettano come prove foto che documentano violenze e abusi se non sono sostenute da referti medici e denunce alla polizia. Un’avvocata matrimonialista di Shanghai ha detto all’Economist che nel 2023 solo il 29 per cento delle cause ha realmente portato a un divorzio. Ma il vero, profondo, mutamento di costume – secondo l’avvocata Gui Fang Fang – è un altro. Oggi le donne sono mediamente più istruite degli uomini e, se un tempo si divorziava soprattutto a causa di violenze domestiche, infedeltà, gioco d’azzardo, sempre più spesso ciò che conta sono la “qualità del matrimonio” e valori condivisi. Uno degli show televisivi più seguiti racconta storie di coppie celebri sull’orlo della rottura, suscitando enormi discussioni e piogge catartiche di consensi quando lei chiude la porta e se ne va.
Le donne vogliono essere felici, non si adattano a situazioni matrimoniali frustranti perché non ci sono alternative. In un paese culturalmente collettivista, il diritto alla felicità individuale che un tempo non era previsto ha cominciato a splendere come una stella. Anche perché è cresciuto il numero delle donne con un buon lavoro, che grazie a questo possono permettersi l’indipendenza. L’aspetto forse più curioso di questo profondo cambiamento di costume è la fine dello stigma sociale sul nubilato. Tra le più giovani altamente scolarizzate, le ragazze della generazione Z che vivono nelle città, avanza l’idea che restare single non è un problema; è certamente meglio di un matrimonio purché sia. Venla Tang scrive su The World of Chinese che basta considerare le non-sposate sopra i 27 anni come “left-over women”, ragazze di scarto – in cinese sheng nu, zitelle. E ci informa che nello Shanxi è in corso una revisione dei regolamenti locali per perseguire calunnia e insulto contro le single. Se siamo a questo, si immagina che la maldicenza sia ancora largamente diffusa mentre cresce il numero di chi sceglie felicemente di non sposarsi. Nulla resta immobile, per fortuna, e quello che ieri era motivo di disprezzo domani può diventare un’orchidea sul bavero della giacca. Anche in italiano l’ormai desueta espressione “zitella”, che evoca la malagrazia di una signorina attempata, in realtà deriva da zita, che un tempo era semplicemente la ragazza in età da marito o la promessa sposa. Ha assunto la sua connotazione zitellare e un significato pienamente spregiativo tra Sette e Ottocento, quando esisteva un fiorente mercato della dote con conseguente scarto di spose eccedenti. Eh sì, tutto può cambiare.
A rendere peculiare ciò che accade in Cina è la sua storia recente. Se oggi ci sono più uomini che donne, con uno scarto di circa 32 milioni di individui, la decrescita dei matrimoni è inevitabile: è già scritta nei numeri. Il rapporto squilibrato tra i sessi è una delle conseguenze della politica del figlio unico, praticata dal 1979 e ufficialmente abolita solo nel 2016 per contenere l’aumento della popolazione: allora il problema non era il segno meno, ma il segno più. E’ stata una pagina di storia funesta e con fenomeni aberranti come sterilizzazioni forzate, abbandoni e aborti selettivi di bambine perché – soprattutto nelle campagne – potendo avere un solo figlio, le coppie preferivano un maschio. Una tragedia raccontata dall’indimenticabile romanzo del premio Nobel cinese Mo Yan (Le rane, Einaudi 2013, traduzione di Maria Rita Masci), in cui una levatrice di campagna pratica centinaia di aborti con fanatico zelo finché in una notte d’estate, ascoltando gracidare le rane, capisce cosa sta facendo. In cinese la parola “rana” e la parola “bambino” hanno un suono molto simile.
di
L’ingegneria demografica brutale, di cui nel corso di 35 anni si sono allentate le maglie con molte deroghe, ha avuto anche un altro effetto, che è meno conosciuto, imprevisto e di segno opposto. Dove le bambine sono nate, felicemente accolte da genitori che le hanno desiderate, sono cresciute come figlie uniche, con un grande investimento sul loro futuro da parte delle famiglie: i migliori studi possibili, slancio verso la promozione sociale e la carriera. Sono queste le donne che adesso non accettano il matrimonio alle condizioni di prima e che non temono di restare single.
Si chiama eterogenesi dei fini e, per capire quanto sia forte la spinta e potente la determinazione impressa da questi eventi sulle ultime generazioni femminili, basterà dire che sempre l’Economist ha pubblicato recentemente il ritratto di un personaggio emergente. Si chiama Jiang Shengnan è una cinquantenne ricercatrice in studi umanistici dell’Università di Wenzhou, nonché scrittrice di romanzi pubblicati on line, tra i quali la storia di Mi Yue, una concubina diventata imperatrice, che è stata adattata con enorme successo come serie tv. Entrata in politica nel 2018 come deputata del Congresso del popolo, Shengnan si occupa di diritti delle donne e ha raccontato che, quando è nata nel 1973, a sua madre dissero che sarebbe stato meglio attendere l’arrivo di un maschio. Così lei, che non era d’accordo, ha voluto chiamare la sua bambina Shengnan, che letteralmente significa “migliore degli uomini”. Un nome così può essere un bel fardello sulle spalle di una figlia, ma certo dice molto sulle motivazioni anche individuali che nutrono l’affermazione delle cinesi di oggi.
In questo tumultuoso sviluppo di cambiamenti la rete è decisiva. E la battaglia è su Internet, dove è nato un “post-censorship feminism”. The Diplomat lo definisce così in un’inchiesta che raccoglie episodi di censura. Per esempio il caso dell’attrice Xiao Pa, bannata con l’accusa di “creare agitazione intorno al matrimonio e alle nascite” per aver pubblicato su Weibo una breve riflessione sul dover provvedere lei sola, anche se ammalata, alla cura del marito e dei figli. Oppure il commento intitolato “Dietro un caso di omicidio: un matrimonio senza via d’uscita”, scomparso da WeChat perché viola le norme che regolano Internet nella Repubblica popolare cinese. Lina Ma scrive sul Diplomat che, per sfuggire a questa costante sorveglianza digitale, le cinesi che si muovono in rete con rapida disinvoltura – scrivono, chattano, screenshottano e condividono in un baleno – hanno sviluppato silenziose strategie di sopravvivenza. E’ una nuova forma di adattamento, perché usare la rete per discutere apertamente di quello che non va rende vulnerabile l’attivismo. Sono nati così chat private e linguaggi codificati che rilanciano i post soppressi ufficialmente. L’obiettivo non è più essere visibili, è resistere nel tempo. Ancora e sempre samizdat.