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Da Mosca a Pechino: tiranni senza eredi
L’antico dilemma della successione incombe sui regimi. E a volte pure sulle democrazie. Se c’è incertezza, o se saltano le regole, possono essere guai grossi
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11 MAY 26

Foto LaPresse
Morto un imperatore se ne fa un altro. Ma se c’è incertezza sulla successione, o se saltano le regole della successione, possono essere guai grossi. Che esplodono prima ancora che il titolare in carica muoia o venga fatto fuori. Succede, da sempre, nelle autocrazie. Può succedere anche nelle migliori democrazie. La Cina di Xi Jinping, la Turchia di Erdogan, la Russia di Putin sono esempi egregi e vistosi di dittature longeve, per non dire perenni, ma destabilizzate dall’assenza di successori. Gli Stati Uniti d’America non sono una dittatura. A Trump piacerebbe – non lo ha mai nascosto – occupare la Casa Bianca per sempre. Con le buone o con le cattive. Secondo le regole o cambiando le regole del gioco. I suoi possibili eredi alla candidatura repubblicana, Vance e Rubio, già si accapigliano con coltelli celati, ma dalle punte avvelenate. Ognuno dei due non perde occasione per fare lo sgambetto all’altro. C’è chi sostiene che Rubio sia stato mandato dal Papa proprio perché si trattava di una mission impossible. Così come a Vance era stata affidata la missione di trattare con gli iraniani. C’è sempre uno che gode del fallimento dell’altro. It’s the succession, stupid!
L’ultima volta che si sono visti insieme, l’anno scorso, alla parata a Pechino per l’80esimo della resa del Giappone, Vladimir Putin, Xi Jinping e Kim Jong Un erano stati colti dalle telecamere in un bizzarro fuorionda labiale. Si scambiavano battute sui progressi in fatto di longevità. Non di longevità politica, su cui fanno a gara a chi dei tre batterà il record. Ma di longevità biologica. “Con gli sviluppi nelle biotecnologie, diventa possibile trapiantare in continuazione gli organi, e ringiovanire di continuo, e persino diventare immortali”, si è sentito dire a Putin mentre i tre si avviavano a prendere posto sulla tribuna della porta Tiananmen. Al che Xi gli aveva risposto: “Una volta si viveva sino ai 70 anni. A 70 anni oggigiorno uno è ancora un bambino. Ci avviamo a vivere fino a 150 anni…”. Dei tre, il più longevo è Vladimir Putin. E’ al potere da ben 27 anni. Se vi sembrano pochi, pensate che Mussolini restò in sella 20 anni, Hitler appena 12. Con una breve interruzione “tecnica”, o per meglio dire interruzione per finta, quando, per ottemperare al divieto costituzionale di più di due mandati consecutivi, Putin e Medvedev si alternarono nei ruoli di presidente e di primo ministro. Il divieto è stato ora cancellato, e Putin potrebbe restare al Cremlino a vita. In teoria potrebbe restarci per settant’anni. Più di quanto sia durata l’Urss. Tutti i possibili rivali li ha eliminati fisicamente, a partire da Alexei Navalny. Ha fatto fuori tutti gli oligarchi non abbastanza fedeli. Non c’è un satrapo provinciale che abbia il coraggio o la forza di fiatare.
Dei tre, il più longevo è Vladimir Putin. E’ al potere da ben 27 anni. Se vi sembrano pochi, pensate che Mussolini restò in sella 20 anni, Hitler appena 12
L’ultima è che traballerebbe anche il più fedele dei generali che aveva posto alla testa delle Forze armate, il generale Sergei Shoigu. A marzo l’aveva già trasferito dal ruolo di ministro della Difesa a quello di segretario del Consiglio di sicurezza. Al suo vice, Ruslan Tsalikov, era andata anche peggio. E’ agli arresti per “corruzione”, tangenti e riciclaggio. Per non dire del ribelle Yevgeny Prigozhin, il patron della milizia privata Wagner, abbattuto con l’aereo su cui viaggiava. A mettere nei guai Shoigu potrebbe essere stato il suo eterno rivale alla testa dell’Armija, l’attuale capo di Stato maggiore, Valery Gerasimov. Tra i due non corre buon sangue. Gerasimov avrebbe accusato il suo collega e i servizi di non proteggere abbastanza i suoi generali, sempre più esposti ad attentati da parte dei servizi ucraini. Era dovuto intervenire Putin in persona a sedare la rissa, estendendo a un decina di massimi generali la protezione del servizio federale che assicura la propria sicurezza personale. La tradizionale parata del 9 maggio per celebrare la vittoria sovietica sulla Germania nazista è stata quest’anno fortemente ridimensionata. La Russia è in guerra (pardon, operazione speciale) in Ucraina. I droni ucraini hanno dimostrato di poter raggiungere Mosca. Ma alle parate Stalin non aveva mai rinunciato, nemmeno quando la Wehrmacht era a pochi chilometri da Mosca. I reparti dell’Armata rossa che avevano ascoltato il suo discorso sulla Piazza rossa nel 1941, sull’attenti e con la baionetta inastata, marciarono direttamente verso il fronte. Corre voce che la parata quest’anno sia stata ridimensionata per timore di un golpe da parte dell’Armata russa, piuttosto che per timore dei droni di Kyiv. Ad avvertire il Cremlino sarebbero stati servizi di intelligence europei.
Si dice che Putin sia ossessionato dai potenziali traditori nella sua compagine e dalla possibilità di venire assassinato o rimosso con un colpo di Stato. Forse non è solo paranoia. Putin è uno che di intrighi di palazzo, servizi segreti, complotti, tradimenti, assassinii ne sa qualcosa. Come ne sapeva Ottaviano, prima di diventare Cesare Augusto. In Senato non si faceva nemmeno avvicinare dai senatori amici suoi. Memorabili i tavoli di lunghezza spropositata e la distanza ridicola tra lui e gli interlocutori all’epoca del Covid. Si dice che anche con i membri del suo governo comunichi con collegamenti video, da molteplici uffici, tutti identici, ma dislocati nei punti più disparati. All’estero non va quasi più. Anche perché è inseguito da una mandato di cattura della Corte penale internazionale. Va volentieri solo in Cina, dove i dispositivi di sicurezza sono ancora più rigorosi di quelli del Cremlino, o in Alaska, in mezzo al nulla.
Spostiamoci a Pechino. Stesso identico problema di incertezza nella successione. Xi Jinping è dal 2012 padrone assoluto di Zhongnanhai, la Città proibitissima a fianco della Città proibita. Assomma nella sua persona tutte le presidenze possibili. La Costituzione ne limitava i mandati a soli due. Xi sta completando il terzo e ambisce al quarto. Si è cimentato in un esercizio di ingegneria costituzionale simile a quello di Putin. E’ riuscito a far togliere dalla Costituzione il limite, arrogandosi praticamente la leadership a vita. Tra i suoi predecessori c’era riuscito solo Mao, il presidente per antonomasia (in quanto presidente della Commissione militare del Pcc, ma non fu mai presidente della Repubblica). Non aveva bisogno che fosse sancito nella Costituzione. Mao aveva fatto fuori tutti i possibili successori e possibili rivali, da ben prima di conquistare Pechino. Aveva eliminato il presidente della Repubblica, Liu Shaoqi e, uno dopo l’altro, tutti i “dieci marescialli”, i capi delle diverse colonne militari che gli avevano conquistato la Cina. Alla morte di Mao, i vecchi generali superstiti avevano fatto arrestare, col cadavere ancora caldo, la presunta erede Jiang Qing e la sua “banda dei quattro”. Deng Xiaoping, che godeva della fiducia dei vecchi generali, aveva divorato, uno dopo l’altro, i successori che lui stesso aveva designato: prima Hu Yaobang, il leader che sognava la democrazia in Cina come “quinta modernizzazione”; poi Zhao Ziyang, che si era opposto a muovere i carri armati contro la protesta degli studenti in piazza Tiananmen.
Xi Jinping è dal 2012 padrone assoluto di Zhongnanhai, la Città proibitissima a fianco della Città proibita. Assomma nella sua persona tutte le presidenze possibili
Xi invece non ha successori. Non ne ha designati. E nemmeno se ne ipotizzano. Ha rimosso, tutti insieme, lo scorso gennaio, tre membri dell’ufficio politico, e tutti gli altri membri della Commissione militare, tranne uno. L’agenzia ufficiale, Xinhua, fa sapere che ben due ex ministri della Difesa, i generali Wei Fenghe e Li Shangfu, sono stati condannati a morte (sia pure con provvisoria sospensione dell’esecuzione). Non succedeva nemmeno ai tempi spietati di Mao. Sin dall’inizio del suo primo mandato, Xi aveva sistematicamente proceduto all’epurazione di chi avrebbe potuto fargli ombra o scalzarlo. Si calcola che abbia epurato milioni di quadri del Partito e dell’Esercito. Normale amministrazione. Ma con un’impressionante accelerazione negli ultimi tempi. Nel solo 2025 la Commissione centrale di disciplina militare del Pcc ha discusso oltre un milione di casi, sette volte quelli discussi nel quarto di secolo precedente. L’accusa: corruzione, violazione della disciplina, arricchimento personale. Ma guarda caso, il corrotto della cordata del capo è sempre più intoccabile, o se si preferisce un po’ meno corrotto di quello delle altre cordate. L’Esercito popolare di liberazione non è solo un gigante militare. E’ un gigante economico. Fa affari, fa girare una quantità astronomica di soldi. Ha indubbiamente contribuito all’epocale boom cinese degli ultimi decenni. Il potere porta soldi. Già ai miei tempi cinesi, gli anni Ottanta, ero sorpreso dalla quantità di “figli di” che andavano a studiare in America o in Europa. L’accusa di corruzione o di malversazione ha il vantaggio di essere meno discutibile dell’accusa di dissidenza o disobbedienza.
Un’opinione diffusa tra gli analisti occidentali è che Xi è costretto a continuare, anzi accelerare le epurazioni perché si è fatto tanti nemici all’interno del partito da dover continuare a colpire duro per potersi sentire sicuro. La rimozione del suo numero due nella Commissione militare quadrerebbe con la necessità di disfarsi di qualcuno che era arrivato troppo in alto, di proteggersi da una minaccia reale, avvertita o immaginata che fosse, al proprio potere assoluto. E’ una tradizione. Le grandi purghe staliniane degli anni Trenta erano iniziate con l’arresto e l’esecuzione segreta del popolarissimo maresciallo Tukhachevskij, e dell’intero vertice dell’Armata rossa. Percepiti evidentemente come una minaccia diretta al potere assoluto di Stalin. Mao aveva iniziato facendo fuori il suo ministro della Difesa, il popolarissimo maresciallo Peng Dehuai, che alla Conferenza di Lushan aveva osato mettere in dubbio il fallimentare Grande balzo in avanti dei primi anni Sessanta. Un denso saggio di Neil Thomas e Shengyu Wang (del think tank americano Center for China Analysis dell’Asia Society), pubblicato sul Foreign Affairs di maggio, col titolo “Xi’s Forever Purge. The Real Goal Behind China’s Self-Revolution”, avanza un’altra ipotesi ancora: che l’obiettivo di Xi non sia solo mantenere il proprio potere personale, ma anche assicurare la sopravvivenza del sistema politico cinese, basato sul monopolio assoluto del potere da parte del Partito comunista. In un discorso rivolto qualche anno fa ai massimi dirigenti, Xi aveva citato estesamente i versi di un poeta del IX secolo, Du Mu, sulla caduta della dinastia del Primo imperatore. Cadde perché Qin Shih Huangdi si era alienato il popolo con le sue spese pazze in banchetti e monumenti (tra cui la Grande muraglia e la sua meravigliosa tomba custodita dall’armata di guerrieri in terracotta). Xi aveva proseguito il discorso elencando la caduta di un’altra dozzina di dinastie imperiali cinesi, tutte implose causa corruzione o ribellione.
E’ una tradizione. Le grandi purghe staliniane degli anni Trenta erano iniziate con l’arresto e l’esecuzione segreta del popolarissimo maresciallo Tukhachevskij, e dell’intero vertice dell’Armata rossa
Morale: dobbiamo estirpare la corruzione, il marcio che ci divora da dentro, se non vogliamo fare la fine dell’Unione sovietica. Lo stesso discorso aveva fatto a suo tempo il vecchio Deng Xiaoping: dobbiamo attenerci ai fondamenti della dittatura maoista se non vogliamo rischiare che venga rovesciato il sistema. La differenza è che il timore di Deng era che la Cina decadesse in assenza di liberalizzazione economica, di sviluppo. La sua parola d’ordine fu: “Arricchirsi è onorevole!”. Ma sia Xi che Deng si sarebbero guardati bene dal perorare, o anche solo tollerare una liberalizzazione democratica. Con l’espressione “cambio di sistema”, Deng intendeva “cambio di dinastia”. Nello specifico, un mutamento della dinastia imperiale che ha governato la Cina dalla proclamazione della Repubblica popolare da parte di Mao nel 1949 in poi: la dinastia del Partito comunista. La questione della successione in Corea del Nord è più semplice. L’hanno risolta alla vecchia maniera: con un erede in famiglia, nominato dal sovrano in carica. Kim Il Sung, il fondatore, aveva passato la corona al figlio Kim Jong Il, questi al figlio Kim Jong Un. Kim Jong Un rinuncia alla Legge salica: tutto sta a indicare che ha scelto come delfino una donna, non la sorella minore Kim Yo-jong, ma la figlia ancora minorenne Kim Ju-ae. (Kim è il cognome: in Cina e in Corea il nome di famiglia viene sempre prima del nome proprio). Si tratta di una scelta davvero coraggiosa e rivoluzionaria per una cultura ferocemente maschilista come quella coreana. Lì la tradizione vuole ancora che la donna cucini per il marito, ma non si sieda a tavola prima che lui abbia finito.
Più complessa la successione in un altro degli antichi imperi millenari, quello turco. Recep Tayyip Erdogan appare inamovibile. La minaccia più grave era venuta da una fazione del suo stesso partito islamista. Se qualcuno è più popolare di lui, semplicemente lo mette in galera, come ha fatto con il popolare sindaco kemalista di Istanbul. Anche Erdogan non ha successori. Circola insistentemente il nome del figlio, Bilal. Ma ha nell’armadio una collezione di scandali finanziari che lo rendono improponibile. A un certo punto ha dovuto addirittura trasferirsi in Italia per evitare processi e galera. L’altro genero, Berat Albayrak, che il sultano aveva a suo tempo improvvidamente nominato ministro dell’economia, aveva affondato la lira turca. Restano in pole position il genero Selçuq Bayraktar, miliardario erede della dinastia di imprenditori che vende al mondo intero i micidiali omonimi droni, e l’attuale ministro degli Esteri, Hakan Fidan. Fidan prima faceva il capo dei servizi segreti turchi. E’ ben piazzato perché quando non si sa che pesci pigliare, quale successore scegliere, spesso tra i litiganti prevale quello che conosce più segreti di tutti gli altri. Spesso, ma non sempre. Alla morte di Breznev gli era succeduto, dopo il brevissimo regno di un altro Matusalemme, Cernenko, il capo del Kgb Yuri Andropov. Alla morte di Stalin, era ben piazzato a succedergli Lavrenti Berija, ma fu ammazzato (c’è chi dice strozzato a mani nude) dagli altri pretendenti coalizzati.
Anche Erdogan non ha successori. Circola insistentemente il nome del figlio, Bilal. Ma ha nell’armadio una collezione di scandali finanziari che lo rendono improponibile
L’antico impero ottomano (Osmanli, degli eredi di Osman) aveva un’onorata tradizione di complotti di palazzo e massacri legati alla successione al trono del sultano. Ci si ammazzava soprattutto tra fratelli e parenti. Quando ascese al trono, all’età di soli 13 anni, Maometto II (il futuro conquistatore di Costantinopoli), le leggi ottomane sancivano esplicitamente il diritto del sovrano di sbarazzarsi degli altri possibili pretendenti in famiglia. Fece strangolare il principino Ahmed, di soli sei mesi. Il suo successore Bayezid fu avvelenato dal figlio Selim, il quale si premurò per prima cosa di far assassinare i propri fratelli, Korkut e Ahmed, assieme a ben cinque dei suoi nipoti.
E’ una vecchissima storia. Tutte le dinastie grondano sangue. E in modo speciale sangue di famiglia. Augusto non aveva successori incontestati, i nipoti gli erano morti giovani. La moglie Livia lo convinse a nominare il suo figlio di primo letto, Tiberio. A quanto ci raccontano Svetonio e Tacito, Tiberio pensò bene di sbarazzarsi dei consanguinei e possibili rivali. Tiberio nominò come successore Caligola, che finì ammazzato dai suoi stessi pretoriani, che misero al suo posto il riluttante Claudio. Il Senato finì col convalidare la scelta. Il potere nasce sempre dalla punta della spada (o dalla canna del fucile come avrebbe detto Mao). E così via, di imperatore in imperatore, fino alla cosiddetta “crisi del III secolo”: 80 pretendenti caoticamente succedutisi in 50 anni. Si erano perse anche le sembianze della successione per diritto ereditario, per vincoli di sangue o di adozione. Poteva diventare imperatore chiunque fosse sostenuto dai pretoriani o dalle legioni, fosse nato a Roma o in Africa, fosse di “razza italica” o meno, fosse colto o fosse analfabeta. Con pochissime limitazioni, non per legge ma di fatto. Non divenne mai imperatore una donna, un eunuco, un barbaro (a meno che fosse di seconda generazione), oppure uno schiavo.