Il Foglio AI
Il calcio italiano, un vivaio che fiorisce e poi sparisce
Ragazzi forti, nazionali competitive, tecnici preparati, intuizioni e piccoli miracoli. Poi cambia qualcosa
9 MAY 26

Vuoi sapere qual è il problema del calcio italiano?”, dice il pessimista. “Il problema è che non abbiamo più un problema solo: ne abbiamo troppi. Mancano i campioni, gli stadi, i soldi, il coraggio, i presidenti, gli italiani. Tutto vero. Ma proprio perché è tutto vero, nessuno cambia nulla”.
L’ottimista sorride. “Partirei da una premessa meno funeraria. Il calcio italiano non è morto. Se lo fosse, non avrebbe nazionali giovanili competitive, titoli Under 17, ragazzi interessanti, allenatori richiesti ovunque. Il problema non è il deserto. E’ un vivaio che fiorisce e poi non trova terra. Siamo bravi a formare ragazzi fino a diciotto anni, pessimi nel trasformarli in adulti calcistici”.
“Appunto”, replica il pessimista. “E’ peggio. Perché i talenti li abbiamo e li perdiamo. Il diciottenne forte diventa acerbo. Il ventenne che sbaglia una partita non è pronto. Il ventiduenne, che altrove gioca in Champions, da noi è ancora un prospetto. E intanto giocano il trentacinquenne esperto, il prestito funzionale, lo straniero medio, il fedelissimo dell’allenatore. Il talento italiano non viene bocciato dal campo, ma dall’anticamera”.
“Qui hai ragione”, dice l’ottimista. “In Italia la giovinezza calcistica dura troppo e la fiducia dura troppo poco. La Spagna inserisce i giovani dentro un’idea di gioco. La Francia ha potenza e filiera. L’Inghilterra ha investito in accademie, infrastrutture, seconde squadre, dati. La Germania, dopo ogni crisi, rifà il sistema. Noi invece sappiamo sopravvivere benissimo e per questo non ci riformiamo mai davvero”.
“La sopravvivenza è diventata una malattia”, dice il pessimista. “Siamo il paese del risultato prima di tutto e poi non facciamo più risultati. Il paese della tattica e poi giochiamo lenti. Diciamo che è colpa degli episodi, del calendario, della sfortuna. Ma se salti i Mondiali ripetutamente, non sei sfortunato. Racconti favole”.
“Attenzione”, risponde l’ottimista. “Dire che fa tutto schifo è comodo quanto dire che va tutto bene. L’Italia ha problemi seri, ma anche materiali seri: club che arrivano in fondo, allenatori studiati ovunque, vivai che sanno lavorare. La domanda è: come trasformiamo le eccezioni in sistema?”
“Cominciando da ciò che nessuno vuole toccare”, dice il pessimista. “I giovani devono giocare. Non convocati, non raccontati: giocare. Minuti veri, errori veri, partite vere. Il talento non cresce nel museo. Cresce nel traffico”.
“D’accordo”, replica l’ottimista. “Ma i minuti non si regalano per decreto. Servono incentivi economici per chi schiera Under italiani. Seconde squadre vere. Primavera meno autoreferenziale. Serie B e C come laboratori, non cimiteri di prestiti. Vivai giudicati non per i tornei Under 15, ma per quanti giocatori portano stabilmente tra i grandi”.
“E gli stadi?”, chiede il pessimista. “Perché il calcio italiano riparte anche dai mattoni. Stadi vecchi, ricavi bassi, esperienza mediocre, burocrazia infinita. Le altre leghe investono. Noi facciamo convegni”.
“Gli stadi sono decisivi”, concede l’ottimista. “Ma non bastano. Uno stadio nuovo non insegna a un terzino a crossare. La riforma deve essere doppia: industriale e tecnica. Più ricavi e più competenza. Più infrastrutture e più minuti”.
“Campo”, sospira il pessimista. “Abbiamo sostituito il campo con il mercato, la formazione con la prudenza. I ragazzi crescono già ingabbiati: schemi, ansia, risultato. A dieci anni sembrano professionisti, a venti non sanno improvvisare”.
“Questo è il punto”, dice l’ottimista. “La tattica è una lingua, non un guinzaglio. Ai ragazzi bisogna insegnare a pensare, non a obbedire. Più tecnica, più uno contro uno, più velocità, più coraggio. Il settore giovanile non deve preparare ragazzi a non sbagliare, ma a sbagliare meglio”.
Il pessimista tace un momento. “Dunque si può ripartire?”
“Sì”, risponde l’ottimista. “Ma solo se smettiamo di raccontarci due favole. La prima: torneremo grandi perché siamo l’Italia. Falso. La storia non entra in campo. La seconda: siamo finiti per sempre. Falso anche questo. Nel calcio si cambia in pochi anni, se fai le cose giuste”.
“E quali sarebbero?”
“Cinque. Primo: minuti ai giovani. Secondo: seconde squadre e prestiti per far giocare. Terzo: vivai valutati sulla produzione di professionisti. Quarto: stadi e ricavi. Quinto: allenatori meno custodi della paura e più moltiplicatori di coraggio”.
Il pessimista annuisce. “Forse il calcio italiano non deve scegliere tra pessimismo e ottimismo. Deve usare il pessimismo per vedere la malattia e l’ottimismo per curarla”.
“E il programma", conclude l’ottimista, “è semplice: smettere di trattare il talento come una promessa eterna. Un giovane deve smettere di essere giovane per sempre. Deve diventare calciatore”.
Testo realizzato con AI