Il caso Hantavirus e il populismo sanitario dei virus

Ricadere nello stesso vizio. Non è “un nuovo Covid”. Il rischio di trasformare un problema scientifico in una guerra identitaria. Chi nega e chi chiude tutto

12 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 06:41 AM
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C’è un modo pericoloso di parlare di Hantavirus, ed è lo stesso visto all’inizio del Covid-19: ridere prima di capire, tifare prima di studiare, trasformare un fatto sanitario in un referendum politico. Il punto non è dire che Hantavirus sia il nuovo Covid. Non lo è. Il Covid era un virus respiratorio capace di diffondersi facilmente tra persone. Gli hantavirus, nella maggior parte dei casi, si trasmettono tramite roditori infetti, urine, feci, saliva o polveri contaminate. Il contagio interumano è raro, salvo eccezioni come l’Andes virus. Niente remake del 2020, dunque.
Ma proprio perché non è il nuovo Covid, Hantavirus è un buon test per capire se abbiamo imparato qualcosa dal Covid. E la risposta rischia di essere: non abbastanza. Le notizie sulla nave MV Hondius, con evacuazioni, quarantene e casi sospetti, hanno già prodotto il riflesso noto. Da un lato chi immagina la prossima pandemia globale. Dall’altro chi, per distinguersi dagli allarmisti, sceglie la posa opposta: minimizzare, irridere, denunciare l’“emergenzialismo”, trattare ogni esperto come un agente del complotto. Qui il populismo sanitario diventa pericoloso. Non consiste solo nel dire sciocchezze. Consiste nel costruire una cornice emotiva in cui la competenza diventa sospetta, la prudenza censura, la complessità tradimento. Il cittadino non viene invitato a valutare dati, ma a scegliere appartenenze: sei libero o servo? sveglio o manipolato? patriota o succube dell’Organizzazione mondiale della sanità? E’ una grammatica tossica, perché costringe la realtà dentro slogan troppo piccoli.
Con Hantavirus il problema è chiaro. Dire che il rischio generale per la popolazione è basso è corretto. Dire che quindi ogni misura di sorveglianza sia ridicola è irresponsabile. Dire che non siamo davanti a un Covid bis è corretto. Dire che quindi non servano monitoraggio, isolamento dei casi sospetti, protezione degli operatori sanitari e studio della catena del contagio è folle. La scienza non vive di pulsanti binari: panico o niente, chiusura totale o liberi tutti. Vive di probabilità, scenari, margini d’incertezza. Ed è proprio questa zona grigia che il populismo detesta. Il parallelo con il Covid sta qui: non nella natura del virus, ma nella reazione pubblica. Anche allora molti scambiarono il dubbio scientifico per debolezza, la cautela per autoritarismo. Si cominciò con frasi rassicuranti: è poco più di un’influenza, riguarda altri, gli esperti esagerano. Poi la realtà presentò il conto. Non perché ogni allarme fosse giusto, ma perché il rifiuto sistematico dell’allarme impedì di distinguere quello fondato da quello infondato. La lezione oggi non è “chiudete tutto”. E’: non fate gli scemi. Hantavirus richiede una risposta proporzionata: sorveglianza, trasparenza, pulizia degli ambienti a rischio, controllo dei roditori, protezione di chi lavora in contesti esposti, cooperazione internazionale. E richiede una cosa semplice: spiegare bene ciò che si sa e ciò che non si sa. Il rischio per il pubblico è basso, ma basso non significa nullo. Il contrario del panico non è la minimizzazione. Il contrario del panico è la serietà. E la serietà consiste nel dire tre cose insieme: Hantavirus non è il nuovo Covid; può essere grave; la peggiore risposta possibile è trasformarlo nell’ennesima occasione per fare populismo contro la scienza.
   
Testo realizzato con AI