Industria forte, transizione verde

Ma senza nucleare e rigassificatori la politica energetica diventa una lista dei desideri

16 MAY 26
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Il disastro del centrosinistra sull’energia non nasce da un eccesso di ambientalismo. Nasce da un difetto di realtà. Il centrosinistra dice di volere bollette più basse, ma spesso respinge gli strumenti che servono a ridurre i costi. Dice di volere più autonomia energetica, ma guarda con sospetto a ogni infrastruttura che possa renderla possibile. Dice di volere la transizione ecologica, ma la immagina come un processo senza conflitti, senza impianti, senza reti, senza cantieri, senza scelte scomode. Un ambientalismo così non è una politica industriale. E’ una preghiera.
Il punto è semplice: l’Italia è un grande paese manifatturiero e un grande paese manifatturiero non si alimenta con gli slogan. Ha bisogno di energia abbondante, sicura, pulita e a prezzi competitivi. Servono rinnovabili, certo. Ma servono anche reti più forti, accumuli, autorizzazioni veloci, rigassificatori, contratti di lungo periodo, capacità di riserva, tecnologie nuove e, finalmente, una discussione non caricaturale sul nucleare. Se ogni volta che si pronuncia una di queste parole scatta il riflesso del no, il centrosinistra può anche vincere una battaglia identitaria, ma perde la prova del governo. La contraddizione è evidente. Si vuole proteggere il lavoro, ma si sottovaluta il costo dell’energia per le imprese. Si vuole aiutare le famiglie, ma si evita di dire che le bollette scendono solo se aumenta l’offerta e se il sistema diventa più efficiente. Si vuole difendere il clima, ma si dimentica che la decarbonizzazione non si fa bloccando tutto: si fa costruendo molto, meglio e più in fretta. La transizione non è il regno del divieto. E’ il regno dell’ingegneria, degli investimenti, della tecnologia, della responsabilità. Il centrosinistra avrebbe una grande occasione: trasformare l’ambientalismo in modernizzazione, la politica climatica in politica industriale, l’europeismo in sicurezza energetica. Ma per farlo dovrebbe liberarsi dall’idea che dire no sia sempre più morale che dire sì. Dire sì a un impianto, a un cantiere, a una rete, a una tecnologia, a una centrale, può essere molto più progressista che rifugiarsi nella purezza dell’opposizione.
Finché non farà questo salto, il centrosinistra sull’energia non sarà un’alternativa. Sarà un comitato del rifiuto con ambizioni ministeriali. E l’Italia non ha bisogno di chi confonde la decarbonizzazione con la deindustrializzazione. Ha bisogno di chi sa accendere la luce senza spegnere il futuro.
Testo realizzato con AI