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Il caso Poggi smaschera l’ipocrisia dei garantisti a targhe alterne
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
12 MAY 26

Foto ANSA
Al direttore - Ho letto con interesse l’editoriale di oggi sulla triste vicenda Poggi. Mi permetto di osservare che, comunque vada a finire, non saranno stati solo i pubblici ministeri a sbagliare, ma anche i magistrati giudicanti e le giurie popolari: o no?
Franco Magnone
Certamente. Ma prima ancora di stabilire, alla fine della storia, chi avrà sbagliato, c’è un’altra domanda che vale la pena porsi. Ed è una domanda che dovrebbe porsi chiunque abbia a cuore lo stato di diritto: quando in un’indagine o in un processo vi è il ragionevole dubbio che le prove a disposizione non bastino a condannare qualcuno, è meglio avere il dubbio di ritrovarsi con un possibile innocente in galera o è meglio avere il dubbio di ritrovarsi con un possibile colpevole in libertà? Il garantista vero e sincero sceglie la seconda risposta, il garantista a targhe alterne sceglie la prima. Comunque finirà, l’indagine sulla morte di Chiara Poggi sarà un disastro. Per i famigliari di Chiara Poggi. Ma anche per il nostro stato di diritto.
Al direttore - Si può scrivere, caro Cerasa, che Putin ha la faccia come il c. puntato? Per poter effettuare sulla Piazza Rossa una sfilata in tono minore, il 9 maggio, è stato costretto a farsi raccomandare dal suo amico Trump. Sta impiegando più tempo a combattere, con scarso successo, la guerra con l’Ucraina di quello che è occorso a Stalin per sconfiggere Hitler nella Seconda guerra mondiale. Pretende di annettere il Donbas a tavolino, perché non riesce a farlo sul campo. Eppure in Italia i “soliti noti” si sono precipitati a prendere sul serio le sue ultime dichiarazioni.
Giuliano Cazzola
Al direttore - Magistrale quello che ha scritto Giuliano Ferrara: “Finalmente ai David di Donatello trionfa chi non fellineggia a vanvera”. Uno sguardo dostoevskiano sul cinema e molto altro. Ma adesso sarebbe peccato mortale non declinare ulteriormente quel fellineggiare a vanvera secondo tutte le conseguenze inscritte in questa meravigliosa definizione. A puntate magari.
Claudio Monti
Al direttore - “Hanno chiamato l’operazione ‘Furia epica’, ma qui di epico c’è solo il fallimento di Trump e Netanyahu”, ha sostenuto, risoluto, Peppe Provenzano, responsabile Esteri del Pd, intervistato da Repubblica. Ma davvero si può sostenere che il premier israeliano abbia fallito? Qualche giorno fa Maurizio Molinari, sentito dal Riformista, ha ben descritto l’attuale situazione di Israele, spiegando che “sigla accordi su sicurezza, commercio ed energia con Emirati e paesi sunniti, vede entrare il Kazakistan negli Accordi di Abramo, ha sull’alta tecnologia intese in crescita con Giappone e Corea del sud, la partnership strategica con l’India è di dimensioni senza precedenti, le relazioni con l’Indonesia accelerano e con gli Stati Uniti l’intesa sul doppio binario hi-tech e Difesa è tale da consentire di prevedere che Gerusalemme nel 2028 rinuncerà ai 3,8 miliardi annuali di aiuti economici Usa”. Non solo. Molinari ricorda che “c’è anche un’Europa che cerca più integrazione con Israele: dalla Germania che acquista l’Iron Dome a Repubblica Ceca, Slovacchia, Grecia e Cipro che moltiplicano le intese su sicurezza e hi-tech. Per non parlare degli ‘Accordi di Isacco’, ovvero le intese con una dozzina di paesi latino-americani, guidati dall’Argentina”. E nel Corno d’Africa “il riconoscimento della sovranità del Somaliland ha fatto di Israele un protagonista degli equilibri regionali, d’intesa con Washington e Abu Dhabi”. In sostanza, dunque, conclude Molinari, “lo stato ebraico esce dalla sua guerra più lunga con le dimensioni di una potenza regionale grazie non solo alla potenza militare ma anche alla crescita tecnologica, scientifica ed energetica”. Ecco, parlare di fallimento di Netanyahu, come fa Provenzano, significa solo confondere i propri desideri coi fatti. E questo non è mai un bel viatico per chi, da qui a poco, potrebbe assumere il ruolo di classe dirigente.
Luca Rocca