L'altro Matteo
Torna nel cuore di Renzi il deputato modenese Richetti, con i suoi amori e i suoi dissensi. E’ il nuovo responsabile della comunicazione del Pd
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22 AUG 20
Ultimo aggiornamento: 06:40 PM | 22 AUG 20

Il renzismo è entrato nella sua fase di eterno ritorno: Marco Agnoletti torna portavoce di Renzi; Giorgio Gori si candida alla guida della regione Lombardia; Matteo Richetti diventa responsabile comunicazione del Pd, riacquistando una centralità perduta. Era un’altra epoca, quella del 2011-2012, era la fase del “liberismo è di sinistra”, dell’assalto al cielo, degli amministratori locali in giro per l’Italia scelti per diventare classe dirigente, delle Leopolde non governative, insomma era l’epoca della rottamazione, la parola-manifesto da cui Renzi non potrà mai emanciparsi, perché è la hit dell’estate che lo ha reso celebre. Era l’epoca dell’allargamento, del Renzi che attira un elettorato trasversale, dai berlusconiani delusi del centrodestra alla sinistra stufa di perdere. Era l’epoca delle dirigenze nazionali del Pidì che negavano l’accesso a chi voleva saltare la fila col numeretto, tipo bancone della Coop in attesa dell’etto di prosciutto, e organizzavano contro-Leopolde. Era un’epoca senza delusioni – con aspettative altissime non ancora tradite – ma anche senza vittorie, se non quella delle primarie fiorentine di un paio d’anni prima; tutto, ancora, era da costruire. Era l’epoca della prima sconfitta, quella contro Bersani nel 2012.


Il renzismo è nella sua fase revival: Marco Agnoletti torna portavoce, Giorgio Gori si candida alla guida della regione Lombardia


Il richettismo fa parte del renzismo
delle origini, quello
della stagione
2011-2012, che voleva allargare lo spazio
del Pd


Richetti è stato anche tentato di andarsene,
ha cercato di capire quale fosse il peso reale del ministro
Carlo Calenda
Fino a qualche mese fa i rapporti con Renzi erano rarefatti, per non dire esauriti. Richetti lo disse pubblicamente, a “Otto e Mezzo”, il 23 febbraio 2016: “L’ultima volta che ho parlato con Renzi? Più di un anno fa…”. Poi aggiunse qualche critica neanche troppo velata al segretario: “Il Pd è un partito che sul territorio ha smarrito la capacità di innovazione che era nella nostra proposta”. Per un anno, tra interviste e libro (uscito nell’estate 2016), Richetti è parso sul punto di esplodere: tre giorni dopo l’intervista a “Otto e Mezzo”, Richetti ne rilasciò un’altra alla Stampa, dopo il sì di Denis Verdini alla fiducia al governo Renzi: “La fiducia – disse Richetti – è il pieno inserimento in un progetto di governo che presuppone una visione comune di paese e di società, vuole dire che da oggi condividiamo con Verdini le idee legate a fisco, economia, legalità, strumenti di sostegno alle povertà. E a me pare che questo oggettivamente sia troppo”. Qualche mese prima, a fine 2015, ci era andato giù ancora più duro, dicendo che la rottamazione aveva, di fatto, fallito: “Il Pd non è più di nessuno: non di chi ha sostenuto Renzi, che vede candidati e dirigenti in totale continuità col passato, con la ‘ditta’ tanto criticata, e non di chi ha contrastato Renzi e ritiene che la sua gestione del partito non abbia niente a che fare con la sinistra. L’identità del Pd è fortemente minata”. Per tutto il periodo della protesta, per nulla silenziosa, Richetti ha avuto un rapporto molto stretto con Graziano Delrio – un altro numero 2 messo da parte, sono lontani i tempi in cui il ministro ex sindaco di Reggio Emilia chiamava Renzi con il soprannome di “Mosè”, anche nella rubrica del cellulare – con cui si sentiva e vedeva regolarmente. Ma siccome la storia del renzismo è fatta di amori che fanno giri immensi e poi ritornano, a un certo punto i due Matteo hanno ricominciato a sentirsi e Richetti ha continuato a dirgli, via WhatsApp, che cosa non lo convinceva. Una classica dinamica renziana, che ha colpito anche Giuliano da Empoli, intellettuale robusto, allontanato e poi rientrato, seppur a distanza (oggi vive a Parigi). Anche lui, come Richetti, ha vissuto il problema di farsi accettare dal gruppo, e ha sempre preferito la compagnia, fin dai tempi di Firenze, di Marco Carrai. Alle primarie del 2012, erano una coppia super rodata: il primo architetto del programma, l’altro tessitore di relazioni di alto livello, organizzatore di cene e raccolte fondi. Nessuno di loro – da Richetti a Da Empoli – ha mai legato con Luca Lotti.


La classe dirigente renziana locale in questi anni è stata schiacciata dal peso del Giglio magico
Insomma, il deputato che quando ti vede ti saluta con un “ciao vecchio” è il renzismo delle origini, quello delle Leopolde piene di “Appendine e Appendini”, come ebbe già a dire lo stesso Richetti, certificando la difficoltà oggi a tenere dentro il Pd anche quelli che col Pd non sono contigui, che poi era la vecchia missione renziana: il “campo largo”, come va di moda dire adesso a sinistra, è sempre stato il valore aggiunto che ha portato il Pd al 40,8 per cento alle europee, con cui il segretario del Pd s’è baloccato fin troppo. L’identitarismo del Giglio magico non ha portato bene all’ex presidente del Consiglio. Ora resta solo da capire se questi ritorni siano frutto di un autentico cambio di prospettiva o solo un revival, come quando i quarantenni riscoprono i vent’anni in netto ritardo e si aggirano vestiti come i propri figli per i peggiori wine bar del centro.