Alessandra Campedelli e la voce delle pallavoliste iraniane

L'ex allenatrice della Nazionale femminile di volley dell'Iran ci racconta la situazione delle donne nel paese. "Da gennaio ricevo messaggi in cui le ragazze mi chiedono tre cose: una preghiera, di dare voce alle loro richieste e di cancellare i messaggi per paura di ritorsioni. Prima speravano nell’intervento dell’Ue, poi hanno iniziato a confidare in Donald Trump. Sono arrivate a sperare nella guerra"

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27 MAR 26
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Alessandra Campedelli (foto Enrico Pretto per LaPresse)

Dare una voce a chi non ce l’ha: è questo l’impegno più importante per Alessandra Campedelli che non è solo un’allenatrice di pallavolo. È una donna, una madre, un’insegnante di educazione fisica e di sostegno ed è una persona che non si arrende davanti al no, lotta per i propri diritti e per quelli degli altri e lo fa attraverso il volley. Ci ha provato in Iran con la Nazionale femminile, in Pakistan e ora in Tunisia.
Ha vissuto in Iran com’era la situazione prima e ora?
Era il 2022, prima che scoppiasse il conflitto: ho vissuto personalmente le proteste per la morte di Mahsa Amini. Quando sono arrivata, la situazione sembrava gestibile e che le cose stessero migliorando per le donne. Le vedevo camminare senza velo, nei locali lo levavano, almeno quelle incontrate girando per il paese. Le altre, quelle che ho vissuto meglio, erano legate a un contesto sportivo vicino al regime. Con la morte di Amini, la repressione è diventata fortissima. Da gennaio ricevo messaggi in cui le ragazze mi chiedono tre cose: una preghiera, di dare voce alle loro richieste e di cancellare i messaggi per paura di ritorsioni. Prima speravano nell’intervento dell’Unione europea, poi hanno iniziato a confidare in Donald Trump. Sono arrivate a sperare nella guerra. Una delle mie ex giocatrici mi ha parlato di “diavoli del regime” e ha chiesto di appoggiare gli Stati Uniti. Non posso sostenere una guerra, ma capisco la situazione, sono disperate: stanno passando da un padrone all’altro.
Le riesce a sentire?
Anche tra loro le comunicazioni sono complesse. Mi hanno chiesto di parlare con Tomaso Totolo (nello staff della nazionale maschile, ndr) che aveva mandato un messaggio di solidarietà ai pallavolisti tramite la Federazione. Per loro i vertici federali sono legati al Governo, è inammissibile.
L’avevano chiamata dicendo di volersi aprire all’Occidente: non è stato così…
Non credevano che mi sarei impegnata, pensavano che una donna non fosse capace. Non volevano cambiare. Dopo di me hanno chiamato un’iraniana e poi una coreana che ha accettato tutto quello imposto dalla Federazione.
Dopo il Pakistan: lì è andata meglio e dà ancora una mano…
Sì, con la onlus Empower Sport Academy. Stanno coinvolgendo i più piccoli e stiamo riuscendo a formare qualche coach. Stanno cercando di costruire anche centri sportivi. È stata un’avventura umanamente importante.
Ora la Tunisia: per allenare da donne bisogna andare così lontano?
A quanto pare sì: l’esperienza che ho fatto non viene percepita come tale. Non chiedo di allenare una prima squadra, ma qui è impossibile trovare spazio. Ho giocato contro Nazionali di spessore in Iran, mi sono allenata con tanti, ho fatto stage e non basta. Un delegato degli allenatori trentini, che all’inizio mi ha dato una chance per allenare, in pubblico, ha detto che non sono state vere esperienze. Sono contenta di andare in Tunisia, trovo un livello diverso, con una Federazione già strutturata: tanti si sono candidati ma hanno scelto me, sono fiera.
Allenerà a titolo volontario...
Nel mio contratto scolastico non è previsto che possa chiedere aspettativa per firmare un altro accordo. Ho bisogno di certezze, non posso licenziarmi. Mi pagano vitto e alloggio…pure qui le cose sono complicate, nessuno ti viene incontro.
Dice sempre che vuole vedere questi Paesi con gli occhi occidentali, che intende? Come si inserisce lo sport?
Lo sport per le donne è un mezzo di emancipazione, di presa di coscienza dell’esistenza di uno spazio diverso da quello domestico. Da occidentale capisci che spesso diamo per scontato certi diritti: dovremmo lottare perché siano accessibili a tutti. A scuola mi relaziono con varie culture e riporto il mio bagaglio con occhi diversi. Spesso manca la conoscenza, costruiamo muri invece che ponti.
Il suo libro si chiama “Io Posso”, c’è qualcosa che non può fare?
Gli stereotipi di genere sono duri da abbattere anche per me. Molti non sono consapevoli che esistano. Spero si migliori utilizzando lo sport come strumento di trasformazione sociale.