Non è una Champions per poveri

Da vent’anni, dall’avvento della globalizzazione del calcio di club, nelle finali in cui si sono affrontate squadre con forte differenziale nel monte ingaggi, non ha mai vinto quella più povera. Ma quando parliamo di fatturati contano anche i fattori geopolitici e geoeconomici che li determinano. Le difficoltà inglesi

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9 MAY 26
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Foto LaPresse

In campo non scendono i fatturati, ma i giocatori. È la notissima frase pronunciata da Simone Inzaghi nei giorni precedenti la finale di Champions League della scorsa stagione tra Inter e Paris Saint-Germain, che fa sempre molto presa sui tifosi italiani, e si capisce bene il perché. Se il calcio fosse unicamente governato dal fatalismo della legge del più forte e del più ricco, e non dalla speranza (anche la più cieca e immotivata) di poterlo battere, gli stadi sarebbero vuoti. Tuttavia, non è fattualmente vera, soprattutto nella massima competizione calcistica mondiale. Basti ricordare un dato. Dall’avvento della globalizzazione del calcio di club, databile attorno alla metà della prima decade degli anni 2000, nelle finali in cui si sono affrontate squadre con forte differenziale nel monte ingaggi, non ha mai vinto quella più povera. Mai, nemmeno un cigno nero. Quando parliamo di fatturati contano anche i fattori geopolitici e geoeconomici che li determinano, aspetti di cui si parla sempre troppo poco in Italia. È il caso di farlo per ragionare con qualche profondità su alcune tendenze che stanno da tempo modellando il mondo del calcio contemporaneo e in particolare proprio la Champions League, in una stagione purtroppo particolarmente negativa per i club italiani.
Primo fattore, l’eredità imperiale. Chi comanda da vent’anni in Champions? I due universi calcistici, Inghilterra e Spagna, che hanno saputo sfruttare l’eredità imperiale di lingua e relazioni diplomatiche e commerciali, e la relativa proiezione globale, per diffondere i propri spettacoli calcistici (ovviamente la Premier con un’intensità maggiore). La storia conta, ma l’eredità aiuta gli audaci, non destina per sé sola. La globalizzazione inglese e spagnola del calcio non è accaduta per decreto divino, ma grazie anche a buoni manager, a un travaso di competenze da altri settori industriali più evoluti (è il caso del Real Madrid e di un dirigente come José Angel Sanchez) e a un sistema formativo che sorregge i rispettivi sistemi. Giusto per dare un riferimento, il confronto tra i corsi di laurea in management sportivo della Loughbourough University, vero perno del sistema sportivo inglese, e la pletora di corsi post-universitari in management sportivo che abbonda ormai in Italia, di cui non tutti realmente qualificati, è impietoso.
Secondo fattore, il peso delle squadre-Stato. Il City e il Psg sono delle squadre-stato in senso tecnico, in cui la catena di comando risponde a figure politiche alla guida di stati sovrani, ed in cui gli ingenti investimenti calcistici rispondono a una logica di sicurezza geopolitica e non solo di investimento economico. Perché le monarchie affacciate sul Golfo Persico hanno acquistato dei club in Inghilterra e Francia, rendendoli ultra-vincenti? Perché sono tasselli importanti sul piano comunicativo e reputazionale di una strategia più ampia volta a comprare sicurezza militare e alleati militari di peso, i cui frutti sono ora visibili nel supporto incondizionato di Inghilterra e Francia agli Emirati Arabi e al Qatar contro gli attacchi iraniani. Altro che sportswashing! Il Bayern Monaco, anche se in maniera più indiretta, è la squadra di uno stato federale molto ricco e dotato di larga autonomia come la Baviera, e ha per questa ragione identitaria accesso al notevolissimo supporto economico delle grandi aziende bavaresi. Anche il calcio di club spagnolo conserva una particolare dimensione politica legata alle fratture interne e alle varie autonomie, che spiega molto anche della primazia nella coltivazione del talento giovanile: in tanti casi non sono semplici vivai, ma selezioni giovanili di squadre “nazionali”, con una spinta motivazionale non paragonabile per giovani calciatori e componenti degli staff tecnici.
Terzo fattore, l’importanza geoeconomica delle grandi capitali. Qui c’è un altro cambiamento poco analizzato. Quello novecentesco è stato il secolo calcistico delle città industriali, da Glasgow a Liverpool a Torino a Milano, in un legame per nulla casuale che Simon Kuper e Stefan Szymanski hanno ben analizzato nel loro Soccernomics. Questo che stiamo vivendo è invece il secolo calcistico delle grandi capitali, dove vivono più persone, dove risiedono più aziende e dove le grandi aziende globali hanno più interesse a essere presenti, dove c’è maggiore capacità di spesa, dove vivono più vip che possono andare allo stadio e pagare di più, dove si concentrano più turisti. Se puoi spendere in base a quanto fatturi, il gap è presto detto. È quindi il secolo calcistico di Parigi (e ora oltre al Psg c’è anche il Paris FC di Arnault), Londra e di Madrid, capitale dell’ispanosfera che, solo per dirne una, dal 2010 ha attratto oltre un milione di persone dal Sudamerica, comprese molte famiglie ricche di origine messicana e venezuelana. E non a caso a Budapest si sfideranno due squadre di due diverse capitali, fatto che non si era mai verificato nel nuovo millennio.
Questi tre fattori contano in maniera crescente anche per l’assenza di meccanismi di riequilibrio sportivo, come quelli previsti dalle leghe americane. Nei fatti la competizione calcistica nelle coppe europee è oggi una competizione tra sistemi-paese, non solo tra sistemi calcistici. Questo quadro, impietoso per l’Italia e ne approfondiremo le conseguenze in una prossima analisi, ci restituisce anche un trend per certi versi inatteso, ma spiegabile: il mancato dominio incontrastato in Champions dei club della Premier, e anzi in molti casi la loro evidente difficoltà competitiva una volta raggiunta la fase degli scontri a eliminazione diretta.
Spiegabile perché figlio di un modello iperdemocratico di redistribuzione delle risorse generate dalla vendita dei diritti tv, che generando una competitività interna estrema non permette ai grandi club della Premier la comodità interna, mentale e fisiologica, che hanno Psg, Bayern e in parte minore il Real Madrid, soprattutto nella fase primaverile della stagione, quella cruciale. Le nuove regole finanziarie interne da poco approvate, che prevederanno per i club non partecipanti alle competizioni europee una maggiore capacità di spesa per la parte tecnica, accentueranno ancora di più questo carattere, già visibile nel rischio retrocessione di un Tottenham vincitore uscente dell’Europa League, o di un West Ham reduce da alcune delle migliori stagioni della sua storia. Anche l’Arsenal arriverà alla finale di Budapest con un cammino estremamente diverso ed enormemente più dispendioso sul piano fisico e mentale rispetto a quello del Psg. Un controeffetto della loro egemonia, difficilmente rimediabile, figlio dell’impostazione egualitaria americana, e non di quella aristocratica in cui da sempre si è condotta la storia del calcio europeo, e di cui la Champions League è ancora figlia.