La partita d’attesa degli ayatollah iraniani: chi controlla gli orologi?

E’ giovedì 23 aprile e la guerra con l’Iran non riguarda più petrolio o gas; è una battaglia per un’unica risorsa: il tempo” scrive Amit Segal nella Free Press

4 MAY 26
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“Le domande che determineranno il destino del Medio Oriente sono: chi controlla l’orologio, chi può permettersi di aspettare e chi è semplicemente a corto di tempo? Ogni presidente americano siede su un orologio che ticchetta, e con le elezioni di metà mandato che si avvicinano, Trump ha meno tempo della media. Ma l’Iran sta perdendo 400 milioni di dollari al giorno a causa del blocco. La differenza è che Washington può permetterselo: il bilancio annuale iraniano si aggira intorno ai 56 miliardi di dollari; quello americano supera i seimila miliardi. Teheran ha quattro opzioni per cambiare il tavolo, e nessuna è particolarmente buona per il regime”. Opzione uno: rinnovare la guerra. “Con le loro scorte ridotte, punterebbero probabilmente ai bersagli con il rendimento più alto: gli impianti petroliferi e di gas vulnerabili negli Stati arabi del Golfo vicini, sperando di peggiorare la crisi energetica e costringere i leader regionali a fare pressione su Washington”. Opzione due: escalation tramite proxy. “Dopo tutto lo sforzo che l’Iran ha profuso per ottenere un cessate-il-fuoco in Libano, è improbabile che venga premuto il pulsante di Hezbollah. Tuttavia, l’Iran potrebbe aumentare la pressione indirettamente attraverso milizie sciite in Iraq e gli Houthi nello Yemen, colpendo gli impianti petroliferi del Golfo e bloccando lo Stretto di Bab el-Mandeb che porta al Canale di Suez”. Opzione tre: capitolare. “Teheran potrebbe ingoiare l’orgoglio e tornare al tavolo dei negoziati a Islamabad”. Opzione quattro: non fare nulla. “Possono non fare nulla, mantenere lo stallo e sperare che i numeri di gradimento americani in caduta libera e la stretta energetica globale costringano Trump ad ammorbidire le sue richieste. Questo comporta il lento soffocamento della loro stessa economia mentre aspettano che l’avversario si arrenda. Per decenni, la dottrina regionale degli avversari di Israele si è basata su un unico, duraturo presupposto: abbiamo pazienza e il tempo alla fine ci consegnerà ciò che vogliamo. Ma Israele ha cambiato radicalmente il suo approccio, abbandonando una mentalità di mero mantenimento dello status quo per affermare il controllo sul gioco lungo su tutti i suoi confini. L’occidente, tuttavia, non è Israele. America ed Europa soffrono ancora della tirannia dell’immediato. L’Iran ha assunto di poter sfruttare questa impazienza occidentale chiudendo lo Stretto di Hormuz. Tenendo in ostaggio l’economia globale, Teheran credeva di controllare l’orologio. Ma poi Trump ha eseguito un’inversione spettacolare: ha bloccato il blocco. Ora il tempo di Teheran sta scadendo e il regime spera semplicemente che Washington ricada nelle vecchie abitudini. Per vincere, a Trump basta aspettare”. (traduzione di Giulio Meotti)