Lo scrittore ucraino Maidukov: “Ho visto la fine del mondo. E sono sopravvissuto”

Dall’Urss al Covid, fino all'invasione russa dell'Ucraina. Com'è vivere in un mondo sempre sull’orlo del collasso. “Ma la fine non è arrivata”

11 MAY 26
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Una scena della serie tv Fallout

“Un presagio di apocalisse permea l’aria intorno a noi” scrive sul Tablet il romanziere ucraino Sergey Maidukov. “E’ come lo smog: impercettibile e familiare, eppure catastroficamente dannoso per la psiche. Lo respiriamo. Ci viviamo dentro, e ogni notizia aggiunge un veleno mortale alla nostra coscienza. Ho 70 anni. Questa non è la mia prima esperienza con la fine del mondo. Il primo sentore dell’apocalisse imminente mi colpì all’inizio degli anni ‘80, quando l’Urss invase l’Afghanistan e sembrò che il mondo stesse precipitando senza via d’uscita: il boicottaggio di due Olimpiadi, la legge marziale in Polonia, le corse dei carri funebri dei segretari generali del Partito Comunista ormai anziani, l’abbattimento del volo 007 della Korean Air Lines. Ricordo di essere stato un giorno in piedi vicino alla finestra con la mia bambina in braccio, a guardare una strana nuvola all’orizzonte. Sembrava un fungo atomico. Decisi che era la fine. Dovevo scegliere: rimanere alla finestra o cercare di nascondermi. Rimasi dove ero, stringendo mia figlia al petto. Non volevo passare il resto della mia vita a cercare acqua, cibo e medicine per la malattia da radiazioni. Inoltre, l’Urss non produceva maschere antigas per neonati. Così rimasi lì a guardare finché non fu chiaro che la nuvola era solo questo: una nuvola. L’orizzonte si schiarì. Un nuovo giorno sorse. Ma la sensazione di catastrofe non scomparve.
L’Unione Sovietica stava vivendo i suoi ultimi anni in un’agonia economica, dilaniata da contraddizioni e conflitti. I prezzi erano alle stelle; il morale a terra. La vita si era trasformata in una quotidiana lotta tra gli scaffali vuoti dei negozi. I funerali erano frequenti, una routine, e dalla fine degli anni ‘80 in poi, in modo inquietante. Seppellivamo non solo i parenti stretti, ma anche i colleghi e i loro familiari. Di solito, per questo compito venivano scelti diversi giovani uomini robusti, capaci di portare la bara sulle spalle. Le bare, assemblate alla buona con assi umide e pesanti e rivestite di stoffa rossa, erano estremamente pesanti.
La parte più difficile era portare giù i defunti dai piani superiori. Gli ascensori in Urss erano rari e troppo piccoli per le bare. Il più delle volte, scendevamo a piedi per scale strette e ripide. Ancora oggi non so come riuscissimo a impedire che il corpo scivolasse fuori durante quelle discese insidiose. Nei casi più difficili, ci affidavamo a Zverev, un impiegato dell’ufficio di valutazione: un uomo imponente, con la faccia rossa, sulla trentina, che indossava un abito grigio chiaro anche d’inverno. Sul risvolto della giacca, appuntava sempre una piccola bandiera rossa con il profilo dorato di Lenin. Era una sua concessione: nessuno metteva in discussione un uomo che portava Lenin sul petto.
Il suo nome derivava da zver, che significa ‘bestia’. Gli si addiceva. Da ubriaco, poteva rivaleggiare con un toro, sia fisicamente che intellettualmente. Da sobrio, il che accadeva quasi sempre, era pieno di slogan comunisti. Ma un paio di volte all’anno, si lasciava andare a una sbronza e diventava pericoloso. Se qualcosa lo infastidiva, tirava su col naso rumorosamente, digrignava i denti e si lanciava a capofitto in una rissa. Il giorno dopo si scusava, a volte con uomini ricoverati in ospedale, con la mascella rotta e il naso deformato. Suo padre era un alto funzionario del partito, quindi nulla di tutto ciò gli costò mai la posizione.
Non ricordo chi seppellimmo in quel freddo giorno di dicembre del 1991. Ma Zverev era lì, con il viso segnato dal tempo rosso come il distintivo sulla sua giacca grigia. Noi – ingegneri e scienziati – trasportammo un’altra bara rossa lungo stretti sentieri, la calammo nella fossa e poi prendemmo le pale, riempiendo la fossa di terra ghiacciata. I parenti ci chiesero aiuto e noi acconsentimmo. Zverev era sobrio. Con una pala in mano, sembrava un eroe di un vecchio film sovietico sui costruttori del comunismo: instancabile, forte e ispirato. Eravamo gelati fino alle ossa, in attesa dell’unico calore che la giornata ci avrebbe offerto: il pominki, il rinfresco funebre che seguiva ogni funerale sovietico.
Aveva una sua coreografia familiare. I parenti affittavano la mensa di una fabbrica o un bar economico, facevano sedere tutti a lunghi tavoli e servivano un pasto semplice: borscht, purè di patate con cotolette, qualche insalata. Ciò che mancava al cibo, lo compensava la vodka. I brindisi si susseguivano uno dopo l’altro, ogni bicchiere alzato con solenne cameratismo. Alla fine, non tutti ricordavano più perché fossero lì. Nessuno si accorse di quanto fosse ubriaco Zverev. Di solito ai rinfreschi funebri si limitava al succo di frutta, conoscendo il suo punto debole. Quindi non ci aspettavamo problemi quando la conversazione, nelle pause tra un brindisi e l’altro, virò sulla politica. A quel punto, i leader di Russia, Ucraina e Bielorussia avevano già firmato l’accordo che avrebbe dissolto l’Unione Sovietica. La notizia non era ancora trapelata, ma la stavamo aspettando. Sapevamo che la fine era vicina, anche se non sapevamo quando.
Quando qualcuno menzionò la prospettiva dell’indipendenza dell’Ucraina, le narici di Zverev si spalancarono... Rosso come quello di un toro infuriato. Batté il pugno sul tavolo e ringhiò: ‘Indipendenza? Di chi? Da chi? Preferirei essere ucciso piuttosto che lasciare che l’Urss si disintegri!’. Scrutò la stanza, la mascella che tremava, gli occhi selvaggi, sfidando chiunque a rispondere. Nessuno lo fece. Intuendo cosa sarebbe potuto succedere, ci alzammo e ce ne andammo senza dire una parola. Sulla porta, mi voltai. Zverev sedeva da solo al tavolo vuoto, il suo abito in netto contrasto con il rossore del viso. Davanti a lui, come apparsa dal nulla, c’era una bottiglia di vodka piena. Quella fu l’ultima volta che lo vidi vivo.
La mattina dopo, le voci si rincorrevano: Zverev era morto in una rissa da ubriachi. Forse a qualcuno non era piaciuta la sua tesi sull’indistruttibilità dell’Urss. Nessuno scoprì mai la vera ragione. Fu sepolto il 25 dicembre 1991, proprio il giorno in cui l’Unione Sovietica cessò formalmente di esistere. Nei libri di storia si legge che le persone provarono un sollievo immediato, come se si fossero liberate da catene. Nella vita reale, fu come vivere negli Hunger Games: insegnanti che rovistavano nei cassonetti, i loro figli che si davano alla prostituzione e al crimine.
Allora, la fine del mondo sembrava un evento circoscritto, confinato alle rovine dell’Unione Sovietica, dove ebbi la sfortuna di nascere tanto tempo fa. Oggi sembra un evento globale.
Tutto è iniziato con il COVID-19, non tanto con la pandemia in sé, quanto con le reazioni ad essa. Camminavo per strade deserte tra la folla di passanti, leggendo notizie apocalittiche e pensando che il mondo sarebbe rimasto così per sempre. Io, che un tempo mi ero rifiutato di indossare una maschera antigas, ero forse condannato a passare il resto della mia vita con un panno soffocante sul viso? Mi sembrava di essere intrappolato in una sceneggiatura scritta da uno psicopatico.
Il mio mondo è finito di nuovo in un batter d’occhio, in modo orribile e drammatico, con le prime esplosioni fuori dalla mia finestra nel febbraio 2022, che hanno annunciato l’inizio della grande guerra della Russia contro l’Ucraina. Dopo di che è arrivato tutto in una volta: un’emorragia interna allo stomaco, la chemioterapia di mia moglie, le notti piene del rombo di missili e droni. Il mondo che mi era familiare è crollato come un castello di carte. Ogni evento ha eroso quel poco di buon senso che ancora mi restava: dal sanguinoso attentato terroristico del 7 ottobre 2023, al ritorno di Donald Trump, che si è prefissato di distruggere sistematicamente ogni traccia di sicurezza globale e diritto internazionale.
Ora mi sembra di essere tutti bloccati sullo stesso autobus – una folla piuttosto eterogenea, alcuni spaventati, altri aggressivi – mentre un americano siede al volante, come è successo per un secolo. Ma c’è qualcosa che non va in questo autista. Gira il volante in modo scoordinato, grida slogan deliranti, senza mai mollare l’acceleratore. La strada non è un’autostrada liscia, ma un tortuoso labirinto dove ogni curva minaccia di far precipitare l’autobus nel baratro. I freni non funzionano. Nessuno ha il controllo. L’impulso di urlare è quasi irresistibile.
Eppure, dopo tutti questi anni, rimango in silenzio. Quasi calma. Solo le mie dita si stringono sui braccioli. Non siamo andati oltre il limite durante la crisi dei missili di Cuba, quando agli scolari veniva insegnato come funzionavano i rifugi antiaerei. Il crollo dell’Unione Sovietica non è stata la fine del mondo. Le epidemie non hanno sterminato l’umanità. La guerra non ha distrutto l’Ucraina.
Guardate fuori dal finestrino. Il mondo è ancora lì: complesso, vivo, intatto. La fine di un ordine è l’inizio di un altro. Il parto non è mai dolce. Qualsiasi donna ve lo dirà. Cosa viene detto loro in quel momento? Rilassatevi. Respirate profondamente. Respirate e basta. Sta nascendo qualcosa. Cosa, esattamente, non lo sappiamo ancora. Ma la maggior parte di noi vivrà abbastanza a lungo per vederlo. E questa è la notizia migliore che posso darvi”.
(traduzione di Giulio Meotti)