Evviva lo scambio
L’ultimo slogan dei giustizialisti denuncia lo “scambio” che settori dell’opposizione sarebbero disposti a contrattare con la maggioranza in tema di giustizia. Immediatamente è scattata la reazione pavloviana tra esponenti del Partito democratico che giurano, e forse spergiurano, che di scambi non ne faranno mai. Lettori del Foglio on line, che ne pensate? Dite la vostra su Hyde Park Corner

L’ultimo slogan dei giustizialisti denuncia lo “scambio” che settori dell’opposizione sarebbero disposti a contrattare con la maggioranza in tema di giustizia. Immediatamente è scattata la reazione pavloviana tra esponenti del Partito democratico che giurano, e forse spergiurano, che di scambi non ne faranno mai. Naturalmente c’è anche qualche pasdaran della maggioranza che dipinge ogni ipotesi di trattativa e di convergenza come un inammissibile cedimento. Questa volta Umberto Bossi non è fra questi, anzi, sostiene apertamente, con il fedele ministro Roberto Calderoli, che bisognerebbe dare qualche soddisfazione alle opposizioni per poter affrontare i problemi maggiori, a cominciare dal federalismo fiscale, in un clima meno rovente.
In realtà lo “scambio” è l’anima del dialogo politico, che si basa da sempre sulla ricerca di convenienze reciproche per chi vi partecipa, sulla base di un limpido riconoscimento dei ruoli e della legittimità delle funzioni esercitate dall’interlocutore. Naturalmente non ogni scambio è commendevole o efficace, la valutazione di merito e di opportunità deve essere sempre attenta e guardinga, ma negare in linea di principio la possibilità di realizzarlo ha la conseguenza inevitabile di far regredire il rapporto tra i soggetti politici alla pura propaganda. La piattaforma con cui Walter Veltroni si è presentato alle elezioni consisteva nell’aspirazione a superare la fase della pura contrapposizione propagandistica per passare al confronto di merito sui problemi. Ora, se accetta di farsi rinchiudere nell’angolo dell’opposizione sterile e gridata, che non può per ragioni “morali” scambiare con la maggioranza certe disponibilità con altre, rischia di veder cancellata la sua proposta politica e di trasformare il suo partito in una specie di terra di nessuno nella quale si scontrano influenze esterne.
L’idea dell’opposizione “senza compromessi” coincide con quella di un’opposizione senza politica. Può andar bene per posizioni a vocazione minoritaria, che puntano solo ad ampliare la loro nicchia di consenso, ma condanna all’irrilevanza chi coltiva una prospettiva maggioritaria. La ricerca di compromessi, o se si vuole di scambi, ha l’effetto di dimostrare che l’opposizione è influente, che contribuisce, seppure in modo ovviamente parziale, alla soluzione dei problemi. Alla maggioranza, d’altra parte, conviene accettare qualche condizionamento per poter realizzare l’insieme dei suoi obiettivi.
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