La data delle tre carte
Domani (venerdì, ndr) cade il termine utile per votare il 6 e il 7 giugno contemporaneamente il Parlamento europeo e l’abrogazione di parte della attuale legge elettorale via referendum. Il presidente della Camera Fini si pronuncia all’ultimo momento, quando è ormai chiaro che una dichiarazione per l’abbinamento di elezioni e referendum (“peccato se non si facesse”) sarà cipria e belletto sulla sua faccia ma non recherà male a nessuno.

Va bene. Ma per chi non la beve c’è spazio per ragionare realisticamente, cioè con senso della misura. E’ ovvio che in linea di principio abbinare più elezioni comporta un risparmio effettivo e realizza una situazione di buonsenso per il cittadino elettore. Nella più antica democrazia costituzionale moderna, gli Stati Uniti d’America, esiste una data e una sola, a parte le suppletive, in cui si vota per tutto, il rinnovo della Camera dei rappresentanti, del Senato e del presidente: è il primo martedì di novembre, giornata lavorativa. Siccome è una soluzione di buonsenso e favorevole ai diritti dei cittadini, da noi questo non si è mai fatto. Abbiamo preferito mantenere nelle mani dell’esecutivo quel piccolo potere contrattuale derivante dalla capacità legale di fissare con un certo arbitrio, entro un lasso di tempo predeterminato, la data delle elezioni e dei referendum.
Buonsenso per buonsenso, visto che l’election day non esiste, è curioso pensare di introdurlo adesso. Votare il referendum con le elezioni europee porterebbe verosimilmente a realizzare il quorum referendario e dunque, molto probabilmente, a riformare di forza la legge elettorale in favore di una soluzione bipartitica. Che è nell’interesse stretto di Berlusconi e del suo Pdl, i quali eternizzerebbero il premio maggioritario con la mera maggioranza relativa dei voti, ma non in quello della Lega che vedrebbe ridotto il suo potere di coalizione. Per questa ragion politica è in atto un compromesso tra il Cav. e Bossi che premia la stabilità di maggioranza, e un certo ruolo birichino dei leghisti, a scapito dei principi astratti. E tutti gli altri, a partire dai referendari gridano alla violazione dei principi. Incuranti dell’aforisma longanesiano, che consiglia di non appoggiarsi troppo ai principi, perché si piegano.