Il socialismo in Formula 1
La situazione che si configura è due volte assurda. Lo è per le presunte motivazioni: la Formula 1 è uno spettacolo tanto amato proprio perché muove tanta ricchezza, e viceversa. La capacità di spesa delle società è funzione di quanto esse riescono a raccogliere, e questo a sua volta dipende dalla loro abilità nell’emozionare i tifosi e, quindi, di far amare i propri brand al pubblico. Pretendere il contenimento della spesa è come fissare una soglia al gradimento.

E’ come se, in una gara di corsa, si riconoscesse il diritto di tagliare le curve a quelli che indossano vestiti più scialbi; o se, in una competizione elettorale, si consentisse di violare la par condicio a quelli che stampano meno manifesti. A quel punto, chi e cosa sarebbe a determinare la vittoria e la sconfitta? L’abilità in pista oppure quella a interpretare i regolamenti a proprio favore e travasare i capitoli di spesa da una colonna all’altra? Il merito sarà di meccanici e piloti oppure del regolamento? Qualunque vittoria dei piccoli sarà sempre macchiata dal dubbio e dall’amarezza. Un dubbio e un’amarezza che riguardano, prima e soprattutto, proprio i loro tifosi, che saranno privati della possibilità di godersi una scalata al successo conquistata sul campo e non con le carte bollate. Favorite nell’immediato, le scuderie minori ne sarebbero danneggiate nel lungo termine. Quello di Mosley è socialismo automobilistico. E come tutti i socialismi, dietro la dittatura del proletariato motoristico nasconde la volontà di potenza dell’uomo al comando.