Tutti nel Pd

Tutti nel Partito democratico, non c’è altra soluzione. Mi spiego. Il Pd oggi è una coalizione di correnti dell’ex Pci-Pds-Ds e dell’ex Dc. Questa coalizione fusa in un solo partito si è voluta presentare, a partire dal nome di battesimo, come una soluzione nuova e aperta al futuro, che archivia il passato delle ideologie del Novecento con una forma-partito e un progetto diversi da quelli del socialismo europeo o del popolarismo europeo.
11 GIU 09
Ultimo aggiornamento: 16:34 | 9 AGO 20
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Il Pd pullula già oggi di fondazioni, giornali, lobby, centri di interesse e di organizzazione territoriale, nazionale, sociale, sindacale, insomma è già un comitatone elettorale di liberi e diversi, anche nei gruppi parlamentari, nella funzione che hanno assunto sindaci e amministratori locali. D’accordo? Questo dovrebbe essere il Pd, e un poco è il Pd. Invece ciò che emerge all’esterno e viene messo ai voti, dopo la crisi della gestione Veltroni, insufficientemente coraggiosa nell’innovazione, è appunto la coalizione delle vecchie correnti, appesa a risultati elettorali mediocri, destinata a vivacchiare o a logorarsi e dissolversi, dividendosi tra soluzioni socialdemocratiche, soluzioni centriste, vecchie dispute inutili sulla politica delle alleanze. E ad arrivare magari, dopo un lungo minuzioso e noiosissimo giro, a riproporre il centro sinistra con o senza trattino, una specie di ulivismo senza ulivo. Due palle.
A sinistra o comunque a lato del Pd ci sono i due partiti di sinistra radicale con e senza falce e martello, i Verdi, Pannella con la sua malinconica stella gialla e lo sceriffo Di Pietro con il suo castigamatti De Magistris. Secondo me, nessuno di questi soggetti ha una prospettiva in proprio. Di Pietro si è gonfiato di voti, come una rana, ma è già successo ad altri, alle Europee, non deve montarsi la testa. Se tutti entrano senza condizioni nel Pd, con il Pd che li accetta e li invita felice di ritrovare la strada di un’identità competitiva, si combina qualcosa e si dà vita a un soggetto che può gareggiare con il rassemblement di centro destra, guidato da Berlusconi (e Fini e Bossi). Si perfeziona il sistema.
Altrimenti la strada sarà lunga, come auspicano Kavafis e Bertinotti in viaggio per Itaca, ma penosamente lunga.
Vent’anni fa, a partire dal crollo del muro di Berlino e dallo scioglimento del Pci, la sinistra radicale ha fatto una scommessa: farcela da soli, farcela a tenere aperta una prospettiva organizzata, seria e dotata di un forte diritto di tribuna parlamentare, nel segno dell’antagonismo anticapitalistico, e poi via via di successive modificazioni dell’asse ideologico (movimentismo, noglobalismo, nonviolenza) compatibili in linea di massima, ma non di fatto, perfino con esperienze di partecipazione al governo. Quella prospettiva identitaria è ora fallita, rifluita in pura testimonianza, non ha una tribuna seria, generale, in cui esprimersi ed esercitare la sua influenza. Quelle idee e quegli interessi conterebbero di più in un contenitore “democratico” e progressista.
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