Referto di morte della piazza in Iran
Nonostante Internet, nonostante i cellulari, la cappa di piombo sull’Iran funziona. Non sappiamo che cosa succede, soltanto qualche sprazzo di notizia sul centro di Teheran, dove qualche migliaio di coraggiosi tiene alta una bandiera che rischia di cadere insanguinata da un momento all’altro. Non si era mai vista nella storia una rivoluzione contro una rivoluzione, ma questo è quanto stanno tentando i giovani iraniani.

Nulla si può prevedere nelle rivoluzioni, ancor meno contro quelle controrivoluzionarie. E’ possibile, però, che da qui a poco i ragazzi di Teheran capiscano che non possono reggere all’urto e che lo stesso Moussavi smetta di appellarsi a una mobilitazione di piazza che procura tanti martiri ma che difficilmente può reggere a lungo. Ma una pausa nel sangue per le strade non significa nulla, come ben sa chi seguì la rivolta del ’78-’79. Nei meandri del bazaar, nelle case, nelle scuole, in molte moschee, nelle coscienze, qualcosa si è rotto in questo giugno di sangue. Qualcosa di irreparabile. Khamenei e Ahmadinejad non recupereranno il loro popolo e cadranno. Ma per ora sono saldi al potere: difesi dai loro pasdaran, dai loro bassiji, dai loro ayatollah e dalla pavidità di chi nel regime, in fondo, sguazza.