La piazza resta orfana, solo Neda ossessiona il regime d’Iran

A un anno dalle elezioni a Teheran le tracce della rivolta sono sbiadite. La rabbia evocata sui volantini resta imbottigliata nelle case. La furia dei bassiji si sfoga nei dormitori delle università. Le strade sono tranquille nessuno corre, nessuno insegue, i manganelli sono tornati a tintinnare a porte chiuse nelle prigioni e nei centri di rieducazione. La polizia presidia piazze tranquille senza poesie, inni e cartelli.
13 GIU 10
Ultimo aggiornamento: 23:26 | 10 AGO 20
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A un anno dalle elezioni a Teheran le tracce della rivolta sono sbiadite. La rabbia evocata sui volantini resta imbottigliata nelle case. La furia dei bassiji si sfoga nei dormitori delle università. Le strade sono tranquille nessuno corre, nessuno insegue, i manganelli sono tornati a tintinnare a porte chiuse nelle prigioni e nei centri di rieducazione. La polizia presidia piazze tranquille senza poesie, inni e cartelli. Se non fosse per le esecuzioni capitali e per la televisione che ritrasmette i processi ai “terroristi” l’Iran potrebbe sembrare quello d’un tempo. Non c’è stato bisogno nemmeno di arrestarli: a Mir Hossein Moussavi e Mehdi Karroubi è bastato incassare il prevedibile diniego delle autorità per rinunciare alla loro manifestazione. I cosiddetti leader della piazza l’hanno abbandonata al suo destino.

Il presidente americano, Barack Obama, ha onorato il coraggio degli iraniani – “un esempio, un monito per proseguire nei nostri sforzi affinché l’arco della storia si pieghi nella direzione della giustizia” – ma, a dispetto delle parole, la solidarietà della comunità internazionale nei confronti della piazza non si è tradotta in sanzioni draconiane. Ma nonostante la calma apparente, il ritorno allo status quo ante è lontano. La partita con i “terroristi” non è ancora chiusa. Dopo aver inculcato per trent’anni il mito sciita del martirio il regime non riesce a soffocarlo. A quasi un anno dal suo assassinio, il volto di Neda Agha Soltan ispira canzoni e busti in marmo, campeggia da maschere e magliette e si staglia nitida nei cartelli di protesta davanti alle ambasciate iraniane nel mondo. Con l’approssimarsi dell’anniversario delle manifestazioni una fabbrica – prontamente sigillata dalle autorità – ha persino messo in produzione delle statuette con le fattezze sue e degli altri “martiri”. Il sorriso di Neda continua a tormentare il regime. La settimana scorsa Voice of America ha mandato in onda il documentario di Hbo “For Neda”. E’ stato fatto di tutto per disturbarne la ricezione, ma i risultati sono stati modesti, il programma è scaricabile anche da YouTube e chi ha voluto ha potuto ascoltare ancora una volta la storia di Neda raccontata dalla voce calda dell’attrice Shohreh Aghdashloo.

Neda ormai è un’icona che appartiene a tutti: ricorda giorni frenetici ed esaltanti in cui pareva che esserci e camminare insieme potesse bastare a cambiare le cose e, al contempo, ore furiose in cui il mondo ha scoperto un altro Iran, ore in cui l’unica difesa contro i cecchini era puntare un telefonino sperando che quello stesso mondo non voltasse lo sguardo. Le immagini del suo viso rigato di sangue sono finite sulle scrivanie dei potenti della terra. “Heartbreaking” (spezzano il cuore), ha commentato Obama mentre i giornali internazionali si innamoravano della ragazza che amava la filosofia, il mare, “Cime Tempestose”, “Siddharta” e “Cent’anni di solitudine”. “Neda – ha raccontato la sorella Hoda – era una persona per bene, che come me voleva sentire il vento tra i capelli, leggere Forough (Farrokhzad, la celebre poetessa), essere libera, tenera la testa alta e dire: sono iraniana”. Una ragazza come milioni di altre ragazze iraniane.

E’ un perfetto contrappasso per un regime che ha sempre temuto le donne sentirsi continuamente sfidato dalla memoria di una ragazza di 27 anni. Per annientarla sono scesi in campo a turno i pesi massimi del governo. Hanno detto che Neda non è mai morta che era tutta una simulazione e che era al sicuro in Grecia, poi in Turchia, hanno accusato la Cia, il dottore che l’ha soccorsa e persino il corrispondente della Bbc Jon Leyne. Alla sua famiglia è stato impedito di piangerla nella cerimonia rituale a 40 giorni dalla sua morte, la sua lapide è stata scalfita con colpi d’accetta, i fiori strappati. Eppure più cercano di estirpare la sua memoria più il mito di Neda giganteggia. “Neda vive e voi siete morti”, gridavano i manifestanti il giorno dell’Ashura.