E se l'austerity ci facesse riprendere?
Così la storia ci insegna che meno spesa pubblica può ravvivare la crescita
Tagliare la spesa pubblica, come dimostra quanto accaduto per esempio all'indomani della Seconda guerra mondiale, potrebbe essere salutare, spiega uno studio del think tank americano Cato Institute di Jason E. Taylor

Ospitiamo sul Foglio.it un intervento di Jason E. Taylor, professore di economia alla Central Michigan University e presidente dell'Economic and Business Historical Society, oltre che membro del Cato Institute.
Nel corso degli ultimi due anni i governi in tutto il mondo hanno perseguito le politiche fiscali più espansive che si siano mai viste, almeno in tempo di pace. La Grecia, gli Stati Uniti, l'India e il Regno Unito, tra gli altri, presentano attualmente un disavanzo pubblico superiore al 10 per cento del pil. La media del deficit dei paesi Ocse è un incredibile 8,2 per cento del pil. Naturalmente, questa è la classica risposta keynesiana a una crisi economica: quando la domanda del settore privato arranca, lo stato deve riempire il vuoto per evitare il collasso dell'economia.
Storicamente, la nozione che enormi deficit, come quelli che abbiamo visto negli ultimi due anni, contribuiscano a riportare l'economia alla piena occupazione si è basata sull'esperienza della Grande Depressione e della Seconda Guerra mondiale. Le economie tornarono alla piena occupazione solo dopo gli enormi deficit di guerra. Per fare un esempio, negli Stati Uniti il disavanzo variò tra il 21 per cento e il 27 per cento del Pil tra il 1943 e il 1945 (il doppio del rapporto deficit/pil sperimentato oggi) e la disoccupazione scese dal 14 per cento circa del 1939 intorno al 2 per cento in tempo di guerra.
Nel corso degli ultimi due anni i governi in tutto il mondo hanno perseguito le politiche fiscali più espansive che si siano mai viste, almeno in tempo di pace. La Grecia, gli Stati Uniti, l'India e il Regno Unito, tra gli altri, presentano attualmente un disavanzo pubblico superiore al 10 per cento del pil. La media del deficit dei paesi Ocse è un incredibile 8,2 per cento del pil. Naturalmente, questa è la classica risposta keynesiana a una crisi economica: quando la domanda del settore privato arranca, lo stato deve riempire il vuoto per evitare il collasso dell'economia.
Storicamente, la nozione che enormi deficit, come quelli che abbiamo visto negli ultimi due anni, contribuiscano a riportare l'economia alla piena occupazione si è basata sull'esperienza della Grande Depressione e della Seconda Guerra mondiale. Le economie tornarono alla piena occupazione solo dopo gli enormi deficit di guerra. Per fare un esempio, negli Stati Uniti il disavanzo variò tra il 21 per cento e il 27 per cento del Pil tra il 1943 e il 1945 (il doppio del rapporto deficit/pil sperimentato oggi) e la disoccupazione scese dal 14 per cento circa del 1939 intorno al 2 per cento in tempo di guerra.
Ma l'esperienza economica della Seconda Guerra mondiale fornisce davvero sostegno alla politica fiscale keynesiana? In una ricerca pubblicata dal Cato Policy Report, Richard Vedder della Ohio University e io spieghiamo che la vera lezione economica dell'epoca consista nell'esperienza del 1946, l'anno in cui lo "stimolo" economico della guerra venne repentinamente meno. Gli economisti keynesiani del tempo sostenevano con forza che, se il governo avesse smobilitato l'esercito e interrotto la produzione degli armamenti, la disoccupazione sarebbe tornata ai livelli della Depressione. Nonostante queste contestazioni, il governo mandò a casa la maggior parte dei soldati, annullò i contratti di guerra e rimosse le misure di controllo dell'economia bellica. Ne seguirono previsioni di un'apocalisse economica. Nel settembre 1945 gli analisti pronosticarono la crescita del tasso di disoccupazione negli Stati Uniti fino a un livello tra il 12 e il 35 per cento.
Nonostante questi avvertimenti, la spesa pubblica scese da 84 miliardi di dollari nel 1945 a meno di 30 miliardi di dollari nel 1946, e già nel 1947 gli Stati Uniti ottennero un avanzo di bilancio vicino al 6 per cento del pil per ripagare il debito accumulato durante la guerra. Fu il "Grande De-stimolo", il più imponente e più veloce passaggio dal deficit al surplus nella storia. Qui sta il trucco: nonostante le diffuse previsioni del contrario, la disoccupazione rimase sotto il 4,5 per cento tra il 1945 e il 1948.
Come è potuto accadere? Il mercato del lavoro si adattò in modo rapido ed efficiente non appena fu finalmente libero. La maggior parte degli economisti oggi riconosce che l'intervento costante nel corso degli anni 30, in particolare sui salari, aumentò la durata e la profondità della Grande Depressione. Certo, la situazione occupazionale nel dopoguerra trasse giovamento quando alcuni lavoratori dell'epoca bellica lasciarono volontariamente la forza-lavoro e tornarono a studiare o alla loro precedente condizione di lavoratori domestici. Comunque sia, i dati mostrano che, nonostante l'imponente ritiro dello stimolo pubblico all'economia, l'occupazione civile crebbe di oltre 4 milioni tra il 1945 e il 1947, in un momento in cui i modelli keynesiani prevedevano un crollo verticale.
Come è potuto accadere? Il mercato del lavoro si adattò in modo rapido ed efficiente non appena fu finalmente libero. La maggior parte degli economisti oggi riconosce che l'intervento costante nel corso degli anni 30, in particolare sui salari, aumentò la durata e la profondità della Grande Depressione. Certo, la situazione occupazionale nel dopoguerra trasse giovamento quando alcuni lavoratori dell'epoca bellica lasciarono volontariamente la forza-lavoro e tornarono a studiare o alla loro precedente condizione di lavoratori domestici. Comunque sia, i dati mostrano che, nonostante l'imponente ritiro dello stimolo pubblico all'economia, l'occupazione civile crebbe di oltre 4 milioni tra il 1945 e il 1947, in un momento in cui i modelli keynesiani prevedevano un crollo verticale.
L'ironia è che appena tre anni fa la politica fiscale keynesiana era considerata un vicolo cieco intellettuale. La storia ha dimostrato (attraverso un corpus consistente di ricerche empiriche) che gli stimoli fiscali sono una pozione ampiamente inefficace per un'economia in sofferenza. Se la lezione non era stata pienamente appresa prima degli anni 90, l'esperienza del Giappone durante il suo "decennio perduto", quando i grossi deficit e un massiccio intervento governativo portarono alla stagnazione, parve gettare discredito sul cadavere keynesiano. La pietra tombale fu poi incisa dal Segretario del Tesoro di Bill Clinton, Robert Rubin, che capovolse l'economia keynesiana affermando che i surplus, non i deficit, stimolano l'economia mantenendo bassi i tassi di interesse.
Gli economisti hanno a lungo sostenuto che la politica fiscale keynesiana è inefficace nel creare posti di lavoro o nell'aumentare il pil perché il deficit-spending riduce la spesa del settore privato utilizzando risorse che sarebbero altrimenti state disponibili. Semplicemente, non ci sono pasti gratis. Naturalmente, per converso, il ritiro dell'ombra fiscale del governo non implica necessariamente la perdita di posti di lavoro o un pil inferiore. Dal momento che misure rigorose di riduzione del disavanzo sono oggi in corso di attuazione in tutta Europa – e almeno in discussione negli Stati Uniti – le lezioni del 1946 garantiscono un certo livello di sicurezza.
di Jason E. Taylor
Cato Institute
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