Gli editoriali del Tg1
Minzolini spiegato da Minzolini, senza complessi
Non piacciono al presidente Rai ed ex direttore del Tg2 Paolo Garimberti, (“già ai miei tempi editoriali non se ne facevano”); non piacciono a Filippo Penati, che stigmatizza a nome del Pd (“suonano perlomeno stonate le parole del direttore del Tg1”); dispiacciono oltremodo a Repubblica, che ieri apriva il sito con una foto del Cav. a bisbocce con Augusto Minzolini.

Non piacciono al presidente Rai ed ex direttore del Tg2 Paolo Garimberti, (“già ai miei tempi editoriali non se ne facevano”); non piacciono a Filippo Penati, che stigmatizza a nome del Pd (“suonano perlomeno stonate le parole del direttore del Tg1”); dispiacciono oltremodo a Repubblica, che ieri apriva il sito con una foto del Cav. a bisbocce con Augusto Minzolini. La pietra dello scandalo sono gli editoriali del direttore del Tg1 (nominato a giugno del 2009, dopo quasi vent’anni alla Stampa, dove l’aveva assunto Ezio Mauro). Editoriali e direzione, quelli di Minzolini, che rompono con una consolidata liturgia politicamente corretta. Non pentito e recidivo, giovedì il direttore ha detto che la Finanziaria approvata è “impopolare ma necessaria”, che l’Europa dà segnali di apprezzamento per le scelte fatte dal governo italiano, che “la solita cappa mediatica che vuole condizionare il futuro del paese” è all’opera quando “si parla di governi tecnici o di larghe intese” o si enfatizzano “inchieste giudiziarie dai contorni confusi”. Il caso Fini? Fattore di chiarezza.
Il direttore del Tg1 spiega al Foglio la sua filosofia editoriale e la sua idea di servizio pubblico: “Per me significa tentare di rappresentare il baricentro del paese. Quando sono arrivato l’impressione era che lo scenario televisivo fosse diviso in due grandi pianeti, Rai e Mediaset. Nella logica della Rai, il baricentro era quello del pianeta Rai. Il Tg1 parlava al popolo Rai ma non all’altra metà del paese, e nemmeno si poneva il problema di farlo. Per una questione aziendale, più che politica, con la crisi della tv generalista ho dovuto cambiare linea editoriale. Per sopravvivere bisognava parlare a tutti, bisognava cercare il baricentro del paese e non più quello della Rai. Ho fatto cose necessarie, come aprire un ufficio di corrispondenza del Tg1 a Milano, l’enclave di Mediaset. E’ venuto giù il mondo”. Ma i risultati, precisa Minzolini, “si vedono. Ieri il Tg1 ha superato di più di sette punti il Tg5, l’altro ieri di quattro, il giorno prima di nove”.
Questo conferma che “la funzione di un tg istituzionale, come è inteso il Tg1, è di parlare a tutta l’opinione pubblica. E come mai, dopo le mille polemiche contro di me, gli ascolti che perdevamo (c’è una perdita fisiologica, dopo ogni cambiamento) non si rivolgevano altrove, in un’azienda fatta di quattordici testate e tre tg? La risposta è che c’è una parte della cultura della sinistra così arretrata da non riuscire a intercettare nemmeno quello che noi perdevamo”. Un’accusa frequente al Tg1 minzoliniano riguarda l’omissione di notizie sgradite alla maggioranza: “Ma parliamo seriamente di servizio pubblico – replica Minzolini – per esempio del fatto che in questi giorni ci sono stati quarantuno arresti di aderenti alla Sacra corona unita e dieci arresti di affiliati a una cosca di Rosarno. Conta più questo o le inchieste confuse, stile P3 (ma chiamiamolo ‘caso Carboni’, è meglio)?
Tutti i giorni chiedo alla valente giornalista che segue la storia per il Tg1 che cosa abbiano ottenuto quei presunti congiurati: una nomina, un appalto, un beneficio illecito? A tutt’oggi non è uscito niente. Occulto io, quando metto in evidenza una funzione che innegabilmente questo governo assolve contro la criminalità organizzata e non do spazio a teoremi incomprensibili?”. Il fatto è, aggiunge Minzolini, “che non ho nessun complesso di inferiorità culturale rispetto alla sinistra e al gruppo Repubblica, che non considero il baricentro istituzionale dell’informazione di questo paese. Ma si può manifestare perché in Italia non ci sarebbe libertà di stampa? E’ ridicolo”.
Minzolini racconta di quando fu convocato dalla procura di Trani: “Indagavano su una lobby che sarebbe intervenuta sui telegiornali per evitare che fosse diffusa una notizia sui tassi d’interesse esosi chiesti dall’American Express. Scopro che a essere stati convocati siamo io e Fabrizio Del Noce, che si occupava di fiction, e al ritorno scopro pure che il Tg1 la notizia sull’American Express non solo l’aveva data, ma che era stato l’unico a farlo. Mi sfogo con qualcuno al telefono e così – ero intercettato – mi ritrovo accusato di violazione del segreto istruttorio. Passano due mesi ed escono intercettazioni da cui si capisce che, dopo la fine del mio interrogatorio, una giornalista aveva chiamato il colonnello della Finanza con cui avevo parlato, che a sua volta le aveva passato il magistrato, il quale le racconta tutto quello che avevo detto. Chiaro?”.
Il direttore del Tg1 spiega al Foglio la sua filosofia editoriale e la sua idea di servizio pubblico: “Per me significa tentare di rappresentare il baricentro del paese. Quando sono arrivato l’impressione era che lo scenario televisivo fosse diviso in due grandi pianeti, Rai e Mediaset. Nella logica della Rai, il baricentro era quello del pianeta Rai. Il Tg1 parlava al popolo Rai ma non all’altra metà del paese, e nemmeno si poneva il problema di farlo. Per una questione aziendale, più che politica, con la crisi della tv generalista ho dovuto cambiare linea editoriale. Per sopravvivere bisognava parlare a tutti, bisognava cercare il baricentro del paese e non più quello della Rai. Ho fatto cose necessarie, come aprire un ufficio di corrispondenza del Tg1 a Milano, l’enclave di Mediaset. E’ venuto giù il mondo”. Ma i risultati, precisa Minzolini, “si vedono. Ieri il Tg1 ha superato di più di sette punti il Tg5, l’altro ieri di quattro, il giorno prima di nove”.
Questo conferma che “la funzione di un tg istituzionale, come è inteso il Tg1, è di parlare a tutta l’opinione pubblica. E come mai, dopo le mille polemiche contro di me, gli ascolti che perdevamo (c’è una perdita fisiologica, dopo ogni cambiamento) non si rivolgevano altrove, in un’azienda fatta di quattordici testate e tre tg? La risposta è che c’è una parte della cultura della sinistra così arretrata da non riuscire a intercettare nemmeno quello che noi perdevamo”. Un’accusa frequente al Tg1 minzoliniano riguarda l’omissione di notizie sgradite alla maggioranza: “Ma parliamo seriamente di servizio pubblico – replica Minzolini – per esempio del fatto che in questi giorni ci sono stati quarantuno arresti di aderenti alla Sacra corona unita e dieci arresti di affiliati a una cosca di Rosarno. Conta più questo o le inchieste confuse, stile P3 (ma chiamiamolo ‘caso Carboni’, è meglio)?
Tutti i giorni chiedo alla valente giornalista che segue la storia per il Tg1 che cosa abbiano ottenuto quei presunti congiurati: una nomina, un appalto, un beneficio illecito? A tutt’oggi non è uscito niente. Occulto io, quando metto in evidenza una funzione che innegabilmente questo governo assolve contro la criminalità organizzata e non do spazio a teoremi incomprensibili?”. Il fatto è, aggiunge Minzolini, “che non ho nessun complesso di inferiorità culturale rispetto alla sinistra e al gruppo Repubblica, che non considero il baricentro istituzionale dell’informazione di questo paese. Ma si può manifestare perché in Italia non ci sarebbe libertà di stampa? E’ ridicolo”.
Minzolini racconta di quando fu convocato dalla procura di Trani: “Indagavano su una lobby che sarebbe intervenuta sui telegiornali per evitare che fosse diffusa una notizia sui tassi d’interesse esosi chiesti dall’American Express. Scopro che a essere stati convocati siamo io e Fabrizio Del Noce, che si occupava di fiction, e al ritorno scopro pure che il Tg1 la notizia sull’American Express non solo l’aveva data, ma che era stato l’unico a farlo. Mi sfogo con qualcuno al telefono e così – ero intercettato – mi ritrovo accusato di violazione del segreto istruttorio. Passano due mesi ed escono intercettazioni da cui si capisce che, dopo la fine del mio interrogatorio, una giornalista aveva chiamato il colonnello della Finanza con cui avevo parlato, che a sua volta le aveva passato il magistrato, il quale le racconta tutto quello che avevo detto. Chiaro?”.