Nell’Europa dei pareggi politici è l’immigrazione che muove gli elettori

La coalizione di centrodestra guidata dal primo ministro svedese, Frederik Reinfeldt, ha vinto le elezioni politiche di ieri, senza però raggiungere la maggioranza assoluta necessaria a formare da sola un nuovo governo. Per la prima volta fa il suo ingresso in Parlamento la destra anti immigrati, i "Democratici di Svezia" (Sd) di Jimmi Akesson.
20 SET 10
Ultimo aggiornamento: 07:50 | 10 AGO 20
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La coalizione di centrodestra guidata dal primo ministro svedese, Frederik Reinfeldt, ha vinto le elezioni politiche di ieri, senza però raggiungere la maggioranza assoluta necessaria a formare da sola un nuovo governo. Per la prima volta fa il suo ingresso in Parlamento la destra anti immigrati, i "Democratici di Svezia" (Sd) di Jimmi Akesson, che con circa il 5,7 per cento dei voti hanno superato la soglia necessaria (4 per cento) a conquistare seggi, e ne ottengono 20. In base ai risultati quasi definitivi dello spoglio (il 98 per cento delle circoscrizioni), l'Alleanza di quattro partiti guidata da Reinfeldt ha ottenuto circa il 49,2 per cento e 172 dei 349 seggi del Parlamento, e un suo secondo mandato sarebbe un'altra prima assoluta in un secolo di storia del paese scandinavo, in cui i socialdemocratici hanno dominato la scena politica per 80 anni.
La Svezia non è più la Svezia e anche l’Europa cambia. Nel paese che pochi anni fa era considerato il paradiso liberal del continente, l’Alleanza di centrodestra ha vinto le elezioni. Come se non bastasse, in Parlamento è entrato un partito anti immigrati. Jimmi Akesson (Sd) considera l’immigrazione “la più grande minaccia straniera dalla Seconda guerra mondiale” e vorrebbe ridurre i permessi di ingresso del novanta per cento. Il premier uscente, Fredrik Reinfeldt, teme lo stallo politico. Votare l’estrema destra, ha spiegato Reinfeldt, “vuol dire scommettere sull’instabilità”. La prospettiva di lavorare con i Democratici non lo esalta, per questo valuta l’idea di un patto con i Verdi.
Forte di una crescita economica del 4,6 per cento, Reinfeldt sembrava avviato a un altro trionfo storico, dopo aver cacciato la socialdemocrazia nel 2006. Ma anche in una società accogliente e tollerante come quella svedese, l’immigrazione fa paura, condiziona l’esito delle elezioni e provoca instabilità.

“In molti paesi europei – spiega al Foglio Ernesto Galli della Loggia – il panorama politico è sconvolto da partiti schierati contro l’ideologia di Bruxelles”. Che, su immigrazione e rom, privilegia il politicamente corretto anziché la sensibilità degli elettori. Come la Svezia, altri paesi europei fronteggiano lo stallo dovuto all’emergere di partiti anti immigrazione. L’Austria ha avuto Jörg Haider e continua a fare i conti con la sua corposa eredità (rappresentata prima da Fpo, poi da Bzo). Nel 2000, il cancelliere cristianodemocratico Wolfgang Schüssel fu punito dall’Unione europea per essersi alleato a Haider.
Da allora, per tenere fuori i partiti anti immigrazione, gli austriaci sono condannati a grandi coalizioni. Lo stesso è avvenuto in Olanda dopo Pim Fortuyn, con gli esecutivi guidati dal cristianodemocratico Jan Peter Balkenende. Ma il voto dello scorso giugno ha innescato un’altra piccola rivoluzione: ora, per la prima volta all’Aia, un partito anti islam è alle soglie del governo. In Olanda, il successo del Partito della libertà nel voto di giugno ha spinto il centrodestra a coinvolgere Geert Wilders nella formazione del nuovo governo. Liberali e cristianodemocratici negoziano con difficoltà la nascita di un esecutivo di minoranza, a cui il Partito della libertà dovrebbe garantire l’appoggio esterno. In cambio, Wilders esige politiche più dure su temi come l’immigrazione e la libertà di espressione sull’islam.

E’ un modello già adottato in Danimarca: dal 2001 il Partito popolare appoggia l’esecutivo di centrodestra senza essere al governo. La sua leader, Pia Kjærsgaard, ha ottenuto norme più severe su immigrazione e asilo politico. In Belgio, lo stallo tra fiamminghi e valloni non è estraneo alla geopolitica dell’immigrazione. Dopo anni di cordone sanitario contro l’estrema destra di Vlaams Block, gli elettori si sono rivolti a un nuovo partito più presentabile, ma altrettanto populista: la Nuova Alleanza Fiamminga. Il leader, Bart De Wever, che considera i valloni “immigrati come tutti gli altri che si devono integrare”, rivendica per le Fiandre il diritto di decidere su quote, asilo e nazionalità. Nel Regno Unito, Gordon Brown ha commesso la gaffe fatale quando un’elettrice del Labour gli ha chiesto conto dei troppi immigrati dell’Europa dell’est. Il British National Party ha ottenuto il suo primo seggio alle elezioni europee del 2009, e ora il governo di David Cameron ha annunciato restrizioni alla libera circolazione dei cittadini di nuovi stati membri. In Svizzera, un referendum ha bocciato i nuovi minareti, in Italia la Lega gode di ottima salute.
In Svezia, il 14 per cento della popolazione è nato in un altro paese: la comunità di immigrati più grande è quella irachena (82 mila) seguita dai somali (24 mila), che hanno beneficiato di una politica di asilo lassista. Secondo Andrea Johansson Heino, politologo all’Università di Goteborg, “i Democratici svedesi approfittano del fatto di essere l’unico partito politico in Svezia a criticare l’immigrazione”. I partiti tradizionali si sono impantanati nel politicamente corretto, mentre Jimmie Akesson ha visto esplodere i consensi con uno spot televisivo: un pensionato svedese superato da un gruppo di donne in burqa nella corsa per ricevere i sussidi statali.