Quando servono le dimissioni
La presidenza della Camera conferisce a Gianfranco Fini uno status istituzionale di prima grandezza e un potere concreto di indirizzo dei lavori parlamentari. Rappresenta quindi un punto di forza, ma anche una limitazione oggettiva della sua libertà di iniziativa politica. Qualche settimana fa, prima che la modesta vicenda dell’appartamento monegasco conquistasse le prime pagine dei grandi giornali, si era vociferato di un’intenzione di Fini di dimettersi.

La presidenza della Camera conferisce a Gianfranco Fini uno status istituzionale di prima grandezza e un potere concreto di indirizzo dei lavori parlamentari. Rappresenta quindi un punto di forza, ma anche una limitazione oggettiva della sua libertà di iniziativa politica. Qualche settimana fa, prima che la modesta vicenda dell’appartamento monegasco conquistasse le prime pagine dei grandi giornali, si era vociferato di un’intenzione di Fini di dimettersi per essere poi rieletto da una maggioranza diversa, il che avrebbe sancito la possibilità di dar vita, in caso di crisi, a un governo di emergenza antiberlusconiano.
Quell’opportunità, se mai c’è stata e se mai è stata presa in considerazione, oggi è svanita, ma il tema delle possibili dimissioni del presidente di Montecitorio, tra un sussulto e una smentita preventiva, continua ad agitare il dibattito politico e mediatico. La domanda cui bisognerebbe trovare una risposta è se a Fini convenga dimettersi, visto che nessuno può imporgli questa scelta. Benedetto Della Vedova, per esempio, sostiene che se Fini dovesse dimettersi “per fare il leader di un movimento politico, sarebbe tutto di guadagnato”. Lo stesso nel Foglio di oggi dice Alessandro Campi. Queste opinioni mettono in luce la difficoltà a esercitare contemporaneamente una leadership politica, per sua natura di parte, e un ruolo arbitrale e istituzionale che richiede imparzialità.
Tutto dipende dal percorso politico che Fini intende intraprendere. Se vuole concorrere da una posizione di destra moderna al successo di una coalizione moderata, nella quale far valere le sue idee come contributo critico ma costruttivo, gli conviene dedicarsi alla costruzione del suo movimento, così da definirne in modo preciso l’identità e gli obiettivi. Preso atto della sua rinuncia a una posizione dalla quale potrebbe esercitare forzature, gli altri soggetti del centrodestra sarebbero indotti ad accettare un confronto di merito.
Se invece come sostiene Francesco Rutelli, forse confondendo i desideri con la realtà, l’obiettivo di Fini è quello di partecipare alla costruzione di una terza forza che punti a essere determinante senza impegnarsi in una scelta preventiva di alleanze, gli conviene restare dov’è. Da quella posizione può creare grattacapi al centrodestra, logorare la coalizione dalla quale intende distaccarsi, per poi cercare di far ricadere su Silvio Berlusconi la responsabilità della crisi della legislatura. La scelta, insomma, è tra una manovra di piccolo cabotaggio molto insidiosa sul breve termine o una discesa in campo aperto a sostegno di idee e programmi di un certo respiro.
Quell’opportunità, se mai c’è stata e se mai è stata presa in considerazione, oggi è svanita, ma il tema delle possibili dimissioni del presidente di Montecitorio, tra un sussulto e una smentita preventiva, continua ad agitare il dibattito politico e mediatico. La domanda cui bisognerebbe trovare una risposta è se a Fini convenga dimettersi, visto che nessuno può imporgli questa scelta. Benedetto Della Vedova, per esempio, sostiene che se Fini dovesse dimettersi “per fare il leader di un movimento politico, sarebbe tutto di guadagnato”. Lo stesso nel Foglio di oggi dice Alessandro Campi. Queste opinioni mettono in luce la difficoltà a esercitare contemporaneamente una leadership politica, per sua natura di parte, e un ruolo arbitrale e istituzionale che richiede imparzialità.
Tutto dipende dal percorso politico che Fini intende intraprendere. Se vuole concorrere da una posizione di destra moderna al successo di una coalizione moderata, nella quale far valere le sue idee come contributo critico ma costruttivo, gli conviene dedicarsi alla costruzione del suo movimento, così da definirne in modo preciso l’identità e gli obiettivi. Preso atto della sua rinuncia a una posizione dalla quale potrebbe esercitare forzature, gli altri soggetti del centrodestra sarebbero indotti ad accettare un confronto di merito.
Se invece come sostiene Francesco Rutelli, forse confondendo i desideri con la realtà, l’obiettivo di Fini è quello di partecipare alla costruzione di una terza forza che punti a essere determinante senza impegnarsi in una scelta preventiva di alleanze, gli conviene restare dov’è. Da quella posizione può creare grattacapi al centrodestra, logorare la coalizione dalla quale intende distaccarsi, per poi cercare di far ricadere su Silvio Berlusconi la responsabilità della crisi della legislatura. La scelta, insomma, è tra una manovra di piccolo cabotaggio molto insidiosa sul breve termine o una discesa in campo aperto a sostegno di idee e programmi di un certo respiro.