In dubio pro reo
La politica italiana sconfitta dai magistrati italiani. I dubbi di Serra, Sorgi e Romano
Se davvero sarà una sentenza a fermare Silvio Berlusconi, sarà comunque una sconfitta per la politica. Il giornalista Michele Serra, su Repubblica di ieri, ha sconfessato la linea del giornale di Ezio Mauro: “Tutti i giornali, i telegiornali, i siti del mondo parlano del nostro paese. Pochi grammi di sollievo (pensando che forse questa volta Lui non riuscirà a venirne fuori) non compensano la tonnellata di amarezza che ci grava addosso. Primi al mondo a ritrovarci con un capo del governo chiamato a giudizio per un reato che mette disagio, e per una vicenda che mette tristezza”.

Se davvero sarà una sentenza a fermare Silvio Berlusconi, sarà comunque una sconfitta per la politica. Il giornalista Michele Serra, su Repubblica di ieri, ha sconfessato la linea del giornale di Ezio Mauro: “Tutti i giornali, i telegiornali, i siti del mondo parlano del nostro paese. Pochi grammi di sollievo (pensando che forse questa volta Lui non riuscirà a venirne fuori) non compensano la tonnellata di amarezza che ci grava addosso. Primi al mondo a ritrovarci con un capo del governo chiamato a giudizio per un reato che mette disagio, e per una vicenda che mette tristezza”. “Il sentimento di impotenza – prosegue Serra – (un genere di impotenza nei confronti della quale non vale alcun viagra, alcuna alchimia) è fortissimo, perché se davvero sarà una sentenza – anche la più giusta delle sentenze – a fermare l’avventura di Silvio Berlusconi, la politica ne uscirà comunque sconfitta. E ne usciremo sconfitti noi italiani, quelli che gli hanno creduto per fede o per calcolo, quelli come noi che in vent’anni non sono stati capaci di smontare il potere delirante di un uomo solo. Il breve interludio di Prodi, la cui civile normalità viene ora rimpianta anche alla luce della madornale smodatezza del suo predecessore e successore, non vale a sanare un bilancio disastroso. Non è questione di destra e sinistra. E’ questione di una misura smarrita, di un’intelligenza collettiva disattivata. Non mi sento, in questo senso, meno sconfitto e meno smarrito dell’ultimo dei suoi adulatori. Guardo lo stesso incidente dalla parte opposta della strada”.
Anche Marcello Sorgi, in un editoriale sulla Stampa titolato “In tribunale anche questa Repubblica”, scrive: “Stiamo parlando non di un tribunale che giudica la corruzione di una classe politica, o i suoi rapporti con la criminalità organizzata. Ma di valutare se il presidente del Consiglio è idoneo a proseguire nel suo ruolo in base alle sue debolezze private e all’eventualità che a causa di queste sia incorso nei reati contestati […] E’ prevedibile che alcune delle testimoni convocate vedendolo seduto sul banco degli imputati e considerandolo ormai indifendibile, si lascino andare e mutino atteggiamento. Prima ancora della sentenza, questa terribile manifestazione di ostracismo e di ingratitudine, da parte delle ragazze che un tempo ne allietavano le serate, potrebbe essere la vera condanna pubblica di Berlusconi […] Se si misurano le aspirazioni e gli obiettivi iniziali con i risultati, sarà anche stato un ventennio sprecato. Ma non completamente da buttare. L’idea che tutto si risolva liberandosi di Berlusconi e tornando all’antico modo di far politica e far funzionare la Repubblica, alla fine potrebbe rivelarsi una pericolosa illusione”.
Infine Sergio Romano, sul Corriere di ieri: “La concussione imputata a Berlusconi è uno dei reati meno perseguiti della politica italiana. Sarebbe giusto cominciare a farlo. Ma oggi, in queste circostanze, dimostrerebbe che in Italia non esiste soltanto un caso Berlusconi. Esiste anche un pericoloso cortocircuito tra politica e magistratura, un nodo che risale alla stagione di Mani pulite e che non siamo ancora riusciti a sciogliere. Berlusconi deve accettare il giudizio perché ha un interesse che è anche nazionale. Deve evitare che questa legislatura finisca in un’aula di tribunale. Il solo modo per impedire che questo accada è quello di governare accettando, giorno dopo giorno, il confronto con il Parlamento. Se dimostra di avere una maggioranza, nessuno, se non una sentenza definitiva, può impedirgli di restare a Palazzo Chigi. Se la maggioranza non è sufficiente occorre tornare alle urne. In ambedue i casi avremo dimostrato che la politica non si fa nei palazzi di giustizia, ma nei parlamenti e nei seggi elettorali”.
Anche Marcello Sorgi, in un editoriale sulla Stampa titolato “In tribunale anche questa Repubblica”, scrive: “Stiamo parlando non di un tribunale che giudica la corruzione di una classe politica, o i suoi rapporti con la criminalità organizzata. Ma di valutare se il presidente del Consiglio è idoneo a proseguire nel suo ruolo in base alle sue debolezze private e all’eventualità che a causa di queste sia incorso nei reati contestati […] E’ prevedibile che alcune delle testimoni convocate vedendolo seduto sul banco degli imputati e considerandolo ormai indifendibile, si lascino andare e mutino atteggiamento. Prima ancora della sentenza, questa terribile manifestazione di ostracismo e di ingratitudine, da parte delle ragazze che un tempo ne allietavano le serate, potrebbe essere la vera condanna pubblica di Berlusconi […] Se si misurano le aspirazioni e gli obiettivi iniziali con i risultati, sarà anche stato un ventennio sprecato. Ma non completamente da buttare. L’idea che tutto si risolva liberandosi di Berlusconi e tornando all’antico modo di far politica e far funzionare la Repubblica, alla fine potrebbe rivelarsi una pericolosa illusione”.
Infine Sergio Romano, sul Corriere di ieri: “La concussione imputata a Berlusconi è uno dei reati meno perseguiti della politica italiana. Sarebbe giusto cominciare a farlo. Ma oggi, in queste circostanze, dimostrerebbe che in Italia non esiste soltanto un caso Berlusconi. Esiste anche un pericoloso cortocircuito tra politica e magistratura, un nodo che risale alla stagione di Mani pulite e che non siamo ancora riusciti a sciogliere. Berlusconi deve accettare il giudizio perché ha un interesse che è anche nazionale. Deve evitare che questa legislatura finisca in un’aula di tribunale. Il solo modo per impedire che questo accada è quello di governare accettando, giorno dopo giorno, il confronto con il Parlamento. Se dimostra di avere una maggioranza, nessuno, se non una sentenza definitiva, può impedirgli di restare a Palazzo Chigi. Se la maggioranza non è sufficiente occorre tornare alle urne. In ambedue i casi avremo dimostrato che la politica non si fa nei palazzi di giustizia, ma nei parlamenti e nei seggi elettorali”.