Le gesta dei linciatori nascondono una terra promessa da incubo

Per immaginare le gesta con cui il partito dei linciatori del Cavaliere, dopo un suo eventuale trionfo, potrebbe allietare il paese, basta contemplare simultaneamente due diversi tipi di facce: quelle ringhiose e sbavanti dei suoi gregari e quelle pensose e tronfiette delle loro avanguardie. Ogni ora sul Foglio.it verranno pubblicati interventi sul tema "Affondare i processi o usarli per affondare il governo?" Leggi Dove porta l’eccitazione di piazza contro il processo breve - Guarda la puntata di Qui Radio Londra La democrazia degradata - Leggi gli altri interventi
1 APR 11
Ultimo aggiornamento: 03:23 | 22 AGO 20
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Si provi insomma a raffigurarsi la Terra Ppromessa alla quale potrebbe portare una possibile marcia trionfale del popolo delle monetine preceduto e guidato dai capetti della promessa prossima ammucchiata antiberlusconiana, raffigurata ieri sul Foglio dal comicissimo fotomontaggio che illustrava l’articolo sulla Santa alleanza di Olbia, dove sembra che il quintetto Fini-Casini-Di Pietro-Bersani-Vendola non veda l’ora di poter sfoggiare tutta la sua leggendaria creatività politica. Come si presenterebbe quella terra?
La parola agli esperti del ramo. Anche un inesperto può tuttavia prevedere che essa sarà suppergiù la stessa terra a cui il centrosinistra si lasciò portare da quel Mosé in bicicletta di Romano Prodi. E che i conquistadores festeggeranno la loro vittoria tornando subito ai loro simpatici odi intestini. Ma non è possibile escludere che, smaltita la sbornia dell’ora del trionfo, incominceranno subito a scoprire che dovettero proprio e soltanto a lui, al Cavaliere, quella passione unanime che, avendoli impegnati in una lunga stagione di caccia al nemico assoluto, ha fatto per tutti loro, di questi ultimi diciassette anni di storia italiana, i migliori della loro vita.
L’aspetto più grottesco della feroce farsa politica che si sta recitando in questi giorni sulla scena nazionale è comunque l’incrollabile fede che tutti loro sembrano avere nella grandezza del loro destino e nel suo fatale rivelarsi non appena sarà rimosso quello che essi mostrano di credere che sia l’unico ostacolo al compimento della loro gloriosa missione.
Ognuno di essi, infatti, sembra convinto di essere un drago della politica, un mago della Repubblica, un salvatore della nazione che per poter esprimere a vantaggio del paese tutto il suo genio salvifico non deve fare altro che abbattere e rimuovere quell’unico impedimento.
Tanta fiducia in se stessi e nella propria missione sembrerebbe indizio di megalomania. Ma l’idea che la loro grandezza possa essere soffocata dalla semplice esistenza di un rivale è in realtà una commovente prova di umiltà. Occorre infatti un bel po’ di modestia per confessare che il nostro diritto a rivelarci all’altezza del nostro destino possa esserci sottratto da qualcosa o da qualcuno che non sia la nostra stessa pochezza.
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