Il lento miracolo della protesta yemenita

In Yemen l’opposizione ha compiuto due sforzi straordinari. In tre mesi è riuscita a inglobare con un lavorio paziente i mille gruppi di potere del truce paesaggio locale, gli uomini dei clan che vivono fuori dalle città, i cosmopoliti civilizzati del sud che guardano al centro nord come a una terra di barbari, l’opposizione tremebonda che non aveva mai alzato la testa,  il popolo e gli intellettuali e persino l’esercito, assuefatto a combattere tristi guerre interne.
7 APR 11
Ultimo aggiornamento: 11:42 | 5 AGO 20
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Il secondo miracolo è stato quello dell’autocontrollo: nel paese che conta più armi da fuoco a testa in tutto il mondo, dove ogni quindicenne che si rispetti sa sparare con il kalashnikov e gli adulti non esitano a ricorrervi per regolare i propri litigi, la protesta è stata quasi gandhiana, anche sotto i proiettili degli sgherri del presidente Ali Abdullah Saleh. All’ultimo grande corteo erano tutti vestiti di bianco. Peccato che stia durando un po’ troppo, dagli inizi di gennaio, e che tutto si stia riducendo allo scontro di potere tra il presidente e il suo ex braccio destro, il generale Ali Muhsen, che conta troppe brutte amicizie tra gli uomini di al Qaida.