L’ex esercito di Gheddafi tenta di dare forma ai ribelli fai da te
L’immagine dei ribelli libici è quella che da settimane arriva dagli schermi di tutte le televisioni: ragazzini poco più che adolescenti in posa per le telecamere accanto a vecchie mitragliere anti aeree o a bordo di pick-up bianchi. Sulla fiancata dei loro mezzi di fortuna, la scritta “forze speciali” è fatta a mano, con una bomboletta spray e molta ironia. Leggi La Libia e i ribelli disorientati- Leggi Qualche dettaglio sul mistero dei morti civili nei bombardamenti libici - Leggi La crisi dei vecchi regimi dice a Erdogan che la sua Turchia non è ancora pronta per fare la potenza - Guarda la puntata di "Qui Radio Londra" Guerra e bugie

“Tutti i riservisti devono presentarsi per l’arruolamento entro tre giorni, o potrebbero essere interrogati”, dice la voce della “Radio libera” di Bengasi. I militari che hanno abbandonato Gheddafi, a richiesta della leadership politica, sono scesi al fronte, che ora è all’altezza della cittadina di Brega, imponendosi come forza in prima linea e mandando i giovani ribelli nelle retrovie. Secondo le fonti militari interpellate dal Foglio, le unità dell’esercito sono arrivate in prima linea per riorganizzare la battaglia e imporre una strategia se non al nemico almeno all’armata dei ribelli. Sul terreno si vedono uomini in divisa, affiancati da riservisti chiamati ad aiutare i giovani meno esperti. L’obiettivo degli ufficiali libici e dei leader civili è mettere finalmente ordine tra i ranghi e iniziare a costruire un’armata coerente.
Finora i soldati dell’est, nonostante il loro sostegno per la rivoluzione, avevano preferito rimanere nelle loro basi. Ufficiali dell’esercito spiegano al Foglio che in un primo tempo sono stati gli stessi vertici rivoluzionari, diffidenti verso un’istituzione legata al regime, a non volere un intervento diretto delle Forze armate. “Hanno timore di essere accusati di tramare un colpo di stato, per via della nostra storia e del nostro passato di regime militare – dice Amal Obeidi, accademica del dipartimento di Scienze politiche all’Università di Bengasi.
L’esercito chiede ai riservisti di presentarsi nelle caserme e ora permette l’accesso al fronte soltanto a chi ha esperienza bellica o ha ricevuto un minimo di addestramento. “Lo facciamo per minimizzare le perdite civili. Siamo di fronte a truppe organizzate – dice al Foglio il generale Ahmed Qutrani dal suo quartier generale di Bengasi – dobbiamo affrontarle con persone che sanno quello che stanno facendo”. Ora, racconta, abbiamo schierato gli artiglieri, le forze speciali, la fanteria. Il problema, però, ammettono molte fonti all’interno della leadership politica e militare di Bengasi, sono le armi. I giovani ne usano di leggere e antiquate. Nei depositi dell’esercito ce ne sono di più sofisticate, ma comunque poche e vecchie rispetto a quelle in possesso delle forze di sicurezza di Muammar Gheddafi. “Mi sono presentato in caserma pochi giorni fa – racconta al Foglio un residente di Bengasi di 40 anni – ma mi hanno rimandato a casa perché non c’erano abbastanza armi per tutti”. In Libia, prima della rivoluzione del 17 febbraio, “c’erano due eserciti – spiega il generale Qutrani con l’aria rassegnata – l’armata di difesa di Gheddafi e l’esercito regolare: come se lui sapesse che questo giorno sarebbe arrivato e avrebbe dovuto difendersi. Non ho mai visto le armi in mano ai suoi uomini nei nostri depositi”.
Sul piano diplomatico i successi dei ribelli sono più consistenti dei risultati militari. L’avvocato Ashour Burashid, uno dei membri del Consiglio nazionale di transizione, fa ancora fatica a credere che in poco più di 45 giorni il neo governo rivoluzionario abbia potuto realizzare così tanto, dice: formare istituzioni locali e nazionali, convincere la comunità internazionale a dialogare fin da subito con noi, e a intervenire militarmente in nostro aiuto. Francia e Italia, gli unici due paesi europei a riconoscere ufficialmente il Consiglio, hanno già inviato diplomatici a Bengasi.
“Quarantacinque giorni non sono però abbastanza per organizzare il fronte e mettere ordine fra i ranghi dei giovani ribelli”, ammette Burashid, ci vorrà tempo affinché si realizzi il piano del Consiglio nazionale di creare un’armata coerente. “Servono armi e gli uomini dovranno essere addestrati”, dice. Seduto nel suo grande salone in stile arabo, i divani lunghi e i tavolini bassi, il pavimento ricoperto di tappeti, Burashid fuma una sigaretta dietro l’altra. Dalla porta aperta della grande villa squadrata si vede il porto della cittadina di Darna, non lontana dal confine egiziano.
Dal Consiglio nazionale, spiega Burashid, chiedono armi più sofisticate, ma i governi sono riluttanti. Il timore è che il materiale possa finire nelle mani di gruppi estremisti. Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, ha detto lunedì di non escludere “come estrema ratio” l’invio di armi ai ribelli. Spiega Eman Bugaghis, portavoce della leadership di Bengasi, che per far avanzare il fronte e sbloccare la situazione in città sotto assedio come Misurata servirebbero soprattutto elicotteri, “che possono centrare un bersaglio in maniera molto più accurata anche in centri urbani densamente popolati”.
Gli sforzi dell’esercito per organizzare il fronte si sono scontrati nei giorni scorsi con faide interne. I protagonisti sono due ufficiali dell’esercito ed ex uomini del regime, oggi alla testa dell’opposizione a Gheddafi. Sabato il Consiglio rivoluzionario ha presentato ai giornalisti la composizione di una nuova unità di crisi, sotto l’autorità del Consiglio nazionale. Nell’organigramma c’è Abdel Fattah Younes, ex ministro dell’Interno che ha abbandonato il regime nei primi giorni della rivolta. E’ il capo di stato maggiore. Nessuna posizione ufficiale è ricoperta da Khalifa Haftar, ex colonnello e uno dei protagonisti assieme al rais del golpe del 1969. L’ex ufficiale, eroe nazionale della guerra in Ciad diventato negli anni Ottanta uno dei maggiori oppositori del regime, è appena tornato in Libia dopo 20 anni all’estero. Al suo ritorno dall’esilio americano, era stata annunciata una sua nomina a comandante delle forze sul campo e fonti militari confermano che l’ex colonnello ha fatto parte della catena di comando fino a pochi giorni fa.
Gli sforzi dell’esercito per organizzare il fronte si sono scontrati nei giorni scorsi con faide interne. I protagonisti sono due ufficiali dell’esercito ed ex uomini del regime, oggi alla testa dell’opposizione a Gheddafi. Sabato il Consiglio rivoluzionario ha presentato ai giornalisti la composizione di una nuova unità di crisi, sotto l’autorità del Consiglio nazionale. Nell’organigramma c’è Abdel Fattah Younes, ex ministro dell’Interno che ha abbandonato il regime nei primi giorni della rivolta. E’ il capo di stato maggiore. Nessuna posizione ufficiale è ricoperta da Khalifa Haftar, ex colonnello e uno dei protagonisti assieme al rais del golpe del 1969. L’ex ufficiale, eroe nazionale della guerra in Ciad diventato negli anni Ottanta uno dei maggiori oppositori del regime, è appena tornato in Libia dopo 20 anni all’estero. Al suo ritorno dall’esilio americano, era stata annunciata una sua nomina a comandante delle forze sul campo e fonti militari confermano che l’ex colonnello ha fatto parte della catena di comando fino a pochi giorni fa.
Ora, però, non ha nessuna posizione ufficiale, anche se, ha assicurato il portavoce del Consiglio nazionale Abdel Hafiz Ghoga, “se vuole unirsi alla battaglia lo può fare all’interno della nuova struttura” militare. Younes e Haftar “non vanno d’accordo” dice al Foglio Jamal Bintour, membro del Consiglio locale di Bengasi e responsabile per la Giustizia, che racconta anche come ci siano differenze fra i due sulla strategia militare. Haftar, raccontano funzionari delle nuove istituzioni, si sarebbe imposto con prepotenza, pur dopo i molti anni in esilio. Troppi per i nuovi leader. E Abdel Fattah Younes, dall’altra parte, solleva ancora sospetti tra le file dei rivoluzionari duri e puri perché era fino a poche settimane fa parte integrante del regime di Gheddafi.
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