L’ultima balla
L’idolo è caduto, abbattuto dallo stesso magistrato che lo aveva portato sugli altari, e da Caltanissetta ormai non usano mezze misure: se il procuratore di Palermo, Francesco Messineo, tenta di gettare acqua sul fuoco, dichiarando che “prosegue la collaborazione con i colleghi nisseni”, nell’indagine per calunnia su Massimo Ciancimino, il procuratore aggiunto di Caltanissetta, Domenico Gozzo, spinge nel senso opposto: “Non è più un mistero che non c’è accordo tra i due uffici inquirenti – dice – e non certo per colpa nostra”. Leggi Peccato per il libro che santificava Ciancimino jr, con prefazione di Ingroia

La politica parla chiaramente di scippo dell’indagine sulla pesante “mascariata” a Gianni De Gennaro: l’inchiesta per calunnia l’aveva cominciata infatti per prima la procura diretta da Sergio Lari, ma il blitz con cui i pm del pool palermitano hanno fermato il figlio di don Vito, “catturato” sull’autostrada del Sole, mentre sotto scorta stava andando a trascorrere la Pasqua a Saint-Tropez, ha rimesso tutto in discussione. I magistrati di Caltanissetta non sono stati ammessi, ieri pomeriggio, all’interrogatorio del fermato, e hanno ricevuto le carte dell’indagine palermitana solo dopo avere minacciato un ricorso in Cassazione.
Lo scippo appare evidente non solo ai due esponenti del Pdl Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto, ma anche negli ambienti giudiziari, e non solo di Caltanissetta. Anche a Palermo emergono malcontenti e mugugni per il troppo spazio dato a un personaggio ambiguo come Massimo Ciancimino. Che ieri, ai magistrati che sono andati a interrogarlo, giuidati dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia, lo stesso che da oltre tre anni si avvale delle sue “rivelazioni”, ha offerto un’altra delle sue stupefacenti trovate: ha detto cioè di avere ricevuto esplosivo a scopo intimidatorio e di non averlo denunciato per non sembrare il solito allarmista.
Una versione perlomeno incredibile, dato che Ciancimino jr. aveva denunciato tutte le (vere o presunte) minacce che avrebbe ricevuto negli anni, dalle lettere d’insulti alle telefonate minatorie. Ma poiché l’esplosivo c’era sul serio e poiché non è affatto credibile che chi lo riceve se lo tenga nel giardino di casa senza dir nulla, a questo punto molti dubbi cominciano a porseli pure gli inquirenti che fino a giovedì mattina avevano ancora riposto una relativa fiducia nel figlio di don Vito.
Una versione perlomeno incredibile, dato che Ciancimino jr. aveva denunciato tutte le (vere o presunte) minacce che avrebbe ricevuto negli anni, dalle lettere d’insulti alle telefonate minatorie. Ma poiché l’esplosivo c’era sul serio e poiché non è affatto credibile che chi lo riceve se lo tenga nel giardino di casa senza dir nulla, a questo punto molti dubbi cominciano a porseli pure gli inquirenti che fino a giovedì mattina avevano ancora riposto una relativa fiducia nel figlio di don Vito.
Il cacciaballe, spacciato dal circolo mediatico-giudiziario per un superteste, aveva la scorta nonostante il parere contrario del prefetto di Palermo, Giuseppe Caruso, sulla base di informative della Direzione nazionale antimafia e della procura di Palermo, che avevano sottolineato rischi non esagerati, mentre Caltanissetta e Reggio Calabria erano state nette nel sottolineare l’inattendibilità e le scorrettezze commesse dalla “personalità protetta”. L’Ucis, l’ufficio centrale scorte, di cui fanno parte anche rappresentanti dei Servizi segreti, ha però insistito per la conferma. Ma anche a questo proposito montano gli interrogativi: come è possibile che un personaggio scortato riceva proiettili, lettere di minacce e ora anche dinamite senza che mai la scorta si accorga e segnali nulla.
“Legibus solutus”, svincolato dal rispetto delle leggi: così si sentiva Ciancimino, secondo gli stessi inquirenti che lo hanno incastrato. Ma loro stessi quanto hanno contribuito a fargli credere di potere disporre di questa aura di onnipotenza? E quanto hanno contribuito i suoi amici giornalisti, a cominciare da quelli di “Annozero”, a fargli credere di essere onnipotente e inattaccabile?
“Legibus solutus”, svincolato dal rispetto delle leggi: così si sentiva Ciancimino, secondo gli stessi inquirenti che lo hanno incastrato. Ma loro stessi quanto hanno contribuito a fargli credere di potere disporre di questa aura di onnipotenza? E quanto hanno contribuito i suoi amici giornalisti, a cominciare da quelli di “Annozero”, a fargli credere di essere onnipotente e inattaccabile?
Quanto lo hanno supportato anche nelle sue velenose accuse, rivolte ai magistrati che avevano indagato su di lui? Ciancimino grazie a quei pm era stato condannato per riciclaggio e fittizia intestazione di beni e si era visto confiscare una parte del patrimonio accumulato dal padre mafioso. Eppure Giuseppe Pignatone, Sergio Lari, Michele Prestipino, Roberta Buzzolani e Lia Sava, bersagliati dalle accuse interessate del rampollo di don Vito, sono finiti sotto inchiesta a Catania per un presunto insabbiamento di parte dell’indagine. La procura di Catania ha chiesto l’archiviazione ma paradossalmente, insultati e assediati dal circo mediatico-giudiziario che ruota attorno a Ciancimino jr., i magistrati che hanno confiscato il tesoro di don Vito sono ancora sotto schiaffo. Insultati e assediati non solo dai giornali che fiancheggiano il superteste pataccaro, ma anche da alcuni pm palermitani, sempre pronti a vedere misteri dove tutto è o appare chiarissimo.
Paradossi, in cui lo scippo dell’indagine di Caltanissetta sembra mirato a gestire non solo i vecchi mascariamenti; ma anche i possibili contromascariamenti che adesso il deluso Ciancimino potrebbe concepire, nella sua verve creativa, anche contro chi aveva fino a ieri mostrato la massima indulgenza nei confronti dei veleni indirizzati da Massimuccio verso chiunque: da Berlusconi a Dell’Utri, dall’ex ministro Mancino all’ex comandate dei Ros Mario Mori, fino all’ex capo della polizia Gianni De Gennaro inserito in maniera truffaldina in una lista di funzionari infedeli e fiancheggiatori della mafia.