Dall’ebbrezza collettiva per la serie A alla paura di perderla. Quanto rischia l’Atalanta

Prima era ebbrezza collettiva, oggi è pessimismo cupo: impressiona l’inversione umorale che ha colpito Bergamo nel volgere di tre settimane, scivolando dalla gioia per la serie A ritrovata dopo una sola stagione alla paura di perderla, magari ripartendo in una serie B da penalizzati. L’Atalanta precipita nuovamente nel vortice scommesse, da cui si era tirata fuori dopo il caso con la Pistoiese in Coppa Italia.
6 GIU 11
Ultimo aggiornamento: 18:25 | 11 AGO 20
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Ora però la società torna al centro dello scandalo che potrebbe ribaltare per l’ennesima volta il calcio italiano. E con la prospettiva di restare immobile nelle operazioni di mercato, fino a quando la giustizia sportiva avrà fatto il suo corso. Fine luglio è la deadline individuata dal procuratore federale Stefano Palazzi. Un cartello che potrebbe segnare la fine corsa (in caso di condanna) oppure azzopparla. Perché hai voglia a contattare giocatori: questi, fino a quando non sarà chiarito il destino nerazzurro, non muoveranno un dito. Ricordate che cosa capitò al Genoa: Enrico Preziosi prese Francesco Guidolin per la panchina, Christian Abbiati in porta ed Ezequiel Lavezzi per l’attacco. Tre numeri uno che salutarono non appena i rossoblù vennero retrocessi dalla A all’allora C1 per un tentativo di illecito. Secondo chi si occupa di vicende sportivo-giudiziarie, l’Atalanta – al momento – non rischia una punizione di queste dimensioni.
Che però la A oggi sia in pericolo è fuor di dubbio, con conseguente taglio alle ambizioni di Antonio Percassi, il primo (e finora unico) ex giocatore divenuto presidente a pieno titolo. Scordatevi Giampiero Boniperti, Gianni Rivera, Dino Zoff o Giacinto Facchetti: loro stavano dietro la scrivania per conto terzi. Percassi è qualcosa di completamente diverso, come lo era già negli anni Settanta. Non per il modo in cui interpretava il ruolo di difensore, quanto piuttosto per come pensava: quadrato in campo, creativo fuori. Lesto a finire l’allenamento per fiondarsi nel suo negozio di abbigliamento in centro a Bergamo. E altrettanto lesto a dire basta perché, ceduto al Cesena, non poteva più fare l’imprenditore come voleva.
Un imprenditore mai banale, fin dal primo passo: convince i compagni in ritiro a indossare la maglietta con un pomodoro rosso per pubblicizzare l’attività. Quando pensa, poi, pensa in grande: la catena Zara, per esempio, in Italia la porta lui. Ma senza dimenticare il calcio, Atalanta ovviamente, con immutata voglia d’innovazione. Rilancia il settore giovanile affidandolo a Mino Favini, scopritore di talenti come nessun altro. In panchina dà spazio ad allenatori che avrebbero scritto pagine importanti: due futuri ct (Marcello Lippi e Cesare Prandelli) e il tecnico più bravo a livello tattico (Guidolin). Immagina anche uno stadio mai visto, a misura di tifoso e famiglia. Ma solo il primo progetto non delude (tre nomi: Tacchinardi, Pazzini e Montolivo): la squadra retrocede, lo stadio non si vede, Percassi litiga con il socio Miro Radici e gli vende le quote. Lascia nel 1994, convinto di tornare.
Tempi lunghi, comunque, fino a giugno 2010. Ma tempi giusti: squadra retrocessa, società debole, città disamorata. Opportunità, per un presidente che punta sull’orgoglio: campagna acquisti importante, prezzi bassi per avere 16 mila abbonati, fidelizzazione del tifoso, una maglia regalata a ogni neonato. La promozione è quasi una formalità, la festa una conseguenza. Si pensa positivo, fino alle intercettazioni nate dopo Cremonese-Paganese. Il rafforzamento di Zingonia con l’ingresso del talent-scout Nasser Larguet, il rinnovato desiderio di costruire uno stadio degno con l’impresa di famiglia, l’idea di inserirsi dietro le grandi: tutto azzerato o, nelle migliori delle ipotesi, messo in stand-by. “Percassi è una garanzia”, aveva sottolineato Prandelli, uno che non spreca mai parole. Ora dovrà esserlo in mezzo alla tempesta.